mercoledì 25 aprile 2018

Altopiano del Golgo

La prima volta che sono capitato in questo luogo d’incantevole bellezza, l’Ogliastra,tra i più suggestivi dell’isola, situato lungo il versante orientale della Sardegna, compreso tra le cime del Gennargentu e il Mar Tirreno, è stato nel 1982, quando dopo la laurea mi sono perso in Sardegna, per quasi due mesi, vagando con un amico a bordo di una moto Guzzi.

Nel paese di Baunei, nel nord dell'Ogliastra, arrivai per la prima volta a cavallo di una Pasqua, un paio d’anni dopo, quando ebbi la folle idea di fare l’intero periplo della Sardegna in una settimana, non perché non avessi già percorso tutte le coste ma per poterne svelare l’incanto a tre amici che per la prima volta erano in Sardegna.
Il nome Baunei potrebbe derivare:
  • dal greco "bainos", una fornace per la fusione dei metalli o per cuocere le tipiche rocce calcaree per ottenere la calce; 
  • oppure più probabilmente dal fenicio “baun”, che significa “luogo munito”, protetto.
Il paese è infatti situato su un costone calcareo a circa 500 metri d’altezza, attraversato dalla strada Orientale Sarda, la strada che da Olbia scende sino a Cagliari. la vista spazia sull’anfiteatro di montagne che lo racchiudono sulle quali svettano le cime più alte del Gennargentu.
Il territorio è tormentato, ferito da valli anguste e profonde, “codule”, che sfociano a mare fratturando vertiginose pareti calcaree, in un paesaggio aspro, irruvidito da rupi, falesie, profonde gole, doline.
Il mare è a una manciata di chilometri ma il territorio è come se fosse staccato da esso, rinchiuso in sé stesso, con la sua caratterizzazione fortemente pastorale.

Nella “Relazione sull’Isola di Sardegna” di W. H. Smyth, pubblicato nel 1828, l’autore non è tenero nel descrivere le genti che abitano Baunei:
Tra Monte Santo e Capo Comino, distanti venti miglia, vi è la baia di Orosei, completamente priva di scogli sommersi e banchi di sabbia; ma da Monte Santo si estende per undici miglia in una pericolosa sequenza di scogliere perpendicolari di considerevole altezza, tra i cui dirupi giacciono numerosi tronchi da legname abbattuti e svettano olivastri.
Questa distesa ferrigna è separata alla base da due gole, che formano le baie chiamate Cala Sizini (Sisine) e Cala di Luna, entrambe con spiagge a ciottoli, dove le barche possono rimanere durante il bel tempo o al riparo dalle violente burrasche occidentali. 
Comunque esse non dovrebbero essere frequentate, eccetto che nei casi di bisogno, perché i nativi di Dorgali e Baunei sono tra i più crudeli e infidi dell’isola, e la ciurma delle navi potrebbe essere sterminata semplicemente con dei massi lanciati dalle cime che le circondano.
Non a caso il nome originario del Monte Santo era Monte Insanus, che meglio si adatta all’angosciata relazione di Smyth, successivamente deformato in “Santo” per il riscatto delle genti del luogo.

Nell’ “Itinerario dell’isola di Sardegna” di A. Della Marmora, pubblicato nel 1860, il paese è riscattato dall’accusa di banditismo; che il tempo lì si sia fermato è testimoniato da un passaggio in riferimento ai numerosi bronzetti nuragici rinvenuti nei suoi dintorni:
Il villaggio di Baunei sorge sul versante meridionale del massiccio, nel punto in cui comincia il deposito calcareo; vi abita una popolazione industriosa e dedita al lavoro, ma per il resto poverissima, per cui è soprattutto in questo paese e in pochi altri dei dintorni che si mangia il pane di ghiande. 
Un ex vicario di Baunei, il dottor Marcello, è stato il primo a riunire una certa quantità di idoli sardi in bronzo che ha raccolto nel territorio della parrocchia; la collezione fu in seguito collocata nel museo privato del viceré, duca del Genevese. 
È stato il primo nucleo della bella e numerosa raccolta di bronzetti sardi che ora costituisce uno dei vanti del Museo Archeologico di Cagliari.
Si vedrà altrove che gli abitanti di queste province furono gli ultimi a persistere nell’idolatria.

Tante altre volte ci sono tornato, nell’Ogliastra, a Baunei, eppure in tanti anni che visitavo questo territorio, non avevo ancora scoperto l’Altipano del Golgo, nel Supramonte di Baunei, ad 8 km dal paese, dove l’orientale Sarda, scendendo da Dorgali, poco prima di arrivare a Baunei, è respinta all’interno, lasciando spazio ad una vasta area.

Un luogo che mi è stato “regalato” nel 2012, da uno dei suoi abitanti, Paola, originaria di Baunei, che mi ci ha condotto e me lo ha svelato.

Un ambiente selvaggio, dove pecore, capre, asini, maiali e perfino tartarughe trovano facile dimora.

Un ampio pianoro, ricoperto da una colata di scura lava basaltica, separato dal mare dalle creste biancastre di montagne calcaree, che rendono accecante la dirupata e faticosa discesa verso il mare.


Un panorama che sa di montagna, vecchi stazzi per gli animali da pascolo e “cuili”, rifugi per i pastori, ormai abbandonati, lecci secolari, fitta boscaglia, macchia odorosa, e roccia, tanta roccia.





Un paesaggio disseminato di suggestive, intriganti, enigmatiche, testimonianze storico/archeologiche, che racconta una millenaria frequentazione umana:

  • la spaventosa voragine carsica, “Su Sterru”,esplorata per la prima volta nel 1957, tra le più profonde d’Europa fra quelle a campata unica, profonda 290 metri che ha dato origine misteriose leggende: una racconta che in un tempo lontano l’intero altopiano era in balìa di un mostro feroce, “Sa Serpente”, una sorta di drago malefico che ogni tanto usciva dalla voragine di “Su Sterru” pretendendo sacrifici umani; un giorno però arrivò San Pietro, il quale, messo al corrente della situazione, decise di risolvere il problema sconfiggendo “Sa Serpente”; un’altra versione narra che nel momento in cui San Pietro scaraventò a terra il malefico mostro, si aprì nel suolo dell’altipiano la voragine di “Su Sterru” inghiottendo “Sa Serpente”.


  • un “circolo megalitico”, una serie di rocce conficcate verticalmente in modo da creare un cerchio, monumento funerario, risalente ad un’epoca addirittura antecedente quella nuragica;
  • le numerose “Tombe dei giganti, nascoste dalla fitta vegetazione, sepolcri in muratura di epoca nuragica, di dimensioni ciclopiche, costituite da un lungo corridoio coperto, la cella funeraria vera e propria, preceduto da un’esedra semicircolare, al centro della quale si trova una piccola porta;
  • il nuraghe, di “Genna Sarmentu”,un nuraghe complesso, realizzato in blocchi di basalto, che, circondato di macchia mediterranea,  svetta su un cucuzzolo dal quale si intravede la parte centrale dell’altopiano, strategicamente posizionato a difesa dello stesso;
  • le emozionanti pozze, “As piscinas”,vasche basaltiche dove l’acqua piovana ristagna tutto l’anno, in un luogo dove altrimenti l’acqua scarseggia; conche naturali modificate nella forma dai Nuragici in modo da poter essere sfruttate durante le procedure di lavorazione dei metalli, in cui si praticavano anche riti di tipo magico - animistico legati al culto delle acque;









  • le particolarissime vasche, chiamate “Us Pressos”, che permettevano ai pastori e ai loro animali di affrontare l’aridità della stagione estiva; la particolare situazione idrogeologica dell’altipiano, un territorio calcareo praticamente privo di sorgenti a cielo aperto, dove le più piccole quantità di acqua potabile risultano sempre preziose, ha costretto i pastori a sviluppare competenze specifiche nella realizzazione di piccole vasche di raccolta dell’acqua piovana, ad integrazione delle “As Pescinas”, di solito ricavate adattando le intercapedini stesse della roccia calcarea; quando un pastore individuava una di queste intercapedini in una posizione adatta, per pendenza e caratteristiche delle rocce circostanti, a raccogliere l’acqua piovana, procedeva all’otturazione, con pietrame di varie dimensioni, delle eventuali fessure che altrimenti, se non adeguatamente trattate, avrebbero impedito la stagnazione del prezioso liquido; solitamente “Us Pressos” venivano coperti con rami di ginepro, sia per evitare l’evaporazione dell’acqua, sia per scongiurare la caduta di animali nella pozza; una costante e adeguata manutenzione ha permesso a tante vasche di arrivare integre sino ai giorni nostri, tuttora funzionali alle esigenze dei pastori che ancora frequentano l’altipiano;
  •  la semplice e suggestiva chiesa campestre dedicata a San Pietro, costruita tra 600 e 700, con le offerte dei pastori dell’altipiano che non volevano perdere gli appuntamenti religiosi più importanti, dalla spigolosa bianca facciata che si staglia sullo sfondo delle montagne;

  • il “Betilo antropomorfo”, situato nel piazzale di fronte alla chiesa, oggetto unico nel panorama archeologico sardo, studiato dagli anni ’70; con il termine “bètilo” gli archeologi si riferiscono a statue in pietra, stilizzate, di epoca nuragica, solitamente posizionati nei pressi delle sepolture collettive, con una precisa funzione rituale, vigilano sull’incolumità della tomba e sulla pace dei defunti che vi sono seppelliti; i più antichi bètili generalmente hanno forma conica, a volte rappresentano fattezze umane solitamente ottenute mediante incavi circolari, da interpretarsi come occhi aperti; il bètilo antropomorfo dell’Altipiano del Golgo, per il volto in rilievo molto ben definito nei tratti fisionomici, è considerato un reperto tra i più significativi dell’arte nuragica, un volto distaccato, impassibile, in piena frontalità come vuole l’astrazione geometrica e simmetrica: un volto veramente di pietra.


L’Altopiano del Golgo nasconde un’altra mirabile sorpresa, costituisce una porta d’accesso a quello che dal 1995 è stato denominato "Monumento Nazionale Italiano".


Un accidentato sentiero, sconnesso e sassoso, parte dall’Altipiano del Golgo, discende un dislivello di 470 metri, snodandosi tra alberi di leccio colossali, rocce dalle forme bizzarre, ovili in disuso, porta in poco meno di due ore sino al “monumento”, la risalita durerà quasi il doppio del tempo.



Si passa sotto un monolite verticale, alto 143 metri, di bianco calcare, una sorta di imponente dito indice di roccia che s’eleva verticale, scalato per la prima volta nei primi anni 80, è considerata una delle più difficili ascensioni d’Italia, una sorta di guglia naturale, chiamata anche “Agugliastra”, da cui, secondo alcuni storici, deriverebbe il nome della regione che la racchiude, l’Ogliastra.



Fitta boscaglia ripara dal sole quando la meta è prossima, all’inizio di una sorta di scala ritorta incastonata nella roccia. 
Lì, in piedi sul primo gradino, rimiro incantato il “monumento”, una fantastica ricompensa della fatica fatta per arrivarci.



Mi si svela una spiaggia incontaminata e selvaggia, come fosse un dipinto nato da una fantasia da sogno, oppure come un sogno dal quale non ci si vorrebbe svegliare mai. 
M’inebria il fulgore di colore indaco che la ghiaia chiara della spiaggia conferisce all’acqua. 
Non ho mai visto la spiaggia da questa prospettiva, di abbacinante bellezza, di grande trasparenza. 
Sulla destra c’è perfino un arco di roccia, nella parte terminale a mare della parete rocciosa che circoscrive la spiaggia.



Sono arrivato a Cala Goloritzé, nel mezzo di quel tratto di costa dominato dalla roccia a picco, tra Cala GononeSanta Maria Navarrese.
Un incanto, così dipinta dalla luce di primavera. 
Il richiamo dei colori dell’acqua in cui si specchia la macchia lussureggiante delle piogge invernali è irresistibile. 
Questi tipi di spettacoli m’inducono un animale desiderio di possesso che riesco a sublimare, più che soddisfare, solo con un’immersione totale nel luogo. 



Cala Goloritzé l’immersione totale richiede inderogabilmente un bagno. 
Peraltro uno dei miei personali riti è quello del primo bagno della stagione.
Quell’anno, nel 2012, è stata la prima volta che ho fatto l’amore con Cala Goloritzé.
Si potrebbe credere che abbia erroneamente scritto “ho fatto l’amore con Cala Goloritzé” per intendere “ho fatto l’amore a Cala Goloritzé con qualcuno”. 
Non è così, per assurdo che sembri, credo si possa fare l’amore con una spiaggia, un luogo.



Ho fatto l’amore con Cala Goloritzé.
I piedi a inizio stagione, ammorbiditi dall’inverno, fanno male sulla miriade di sassolini che dona all’acqua un colore d’incanto, il fondale è trasparentissimo. 
Impossibile resistere, mi spoglio e sono in acqua.
Ghiacciata, è sempre fredda, anche d’estate, a causa di numerose sorgenti di acqua dolce che provengono dalla montagna e dal fiumicello che passa vicino.
So bene che la sofferenza dei primi cinque minuti sarà ricompensata. 
Faccio brevi scatti di nuoto in stile libero, rabbiosi, per scaldarmi, corti per permettere al diaframma di riprendere a funzionare, consentendomi di respirare.
Sono abituato ai bagni estremi. 
Appena il diaframma si normalizza, il respiro è sicuro, inizio a nuotare a rana per risparmiare la testa e le orecchie al gelo. 
Percorro in acqua l’intera lunghezza della spiaggia, lento, soddisfatto di questo primo bagno in un luogo così unico. 
Non ho voglia di uscire. 
M’allontano da riva per rimirare la torreggiante parete in cui s’insinua il sentiero che ho disceso.
Sono ancora a nuotare felice senza timore per l’ardua fatica del ritorno, richiesta dai 500 metri di salita che incombono. 
Favetta fresca e pecorino sardo mi daranno l’energia necessaria.

Oggi che sono qui a scrivere in una nuova primavera, appena tornato dalla terra che m’incanta, la pelle s’aggrinzisce come se fossi in quell’acqua gelata solo a ricordare quel bagno amoroso con Cala Goloritzè.

Sono contento di aver avuto come guida per scoprire l'Altopiano del Golgo una sarda, Paola, innamorata, come me, della sua terra, che mi ha guidato qui come se mi svelasse un suo personale tesoro nascosto.
Il tesoro l’ho trovato davvero:

  • nel fulgore dei luoghi che emozionano, quelli che ho raccontato, a cui si aggiunge la Tomba dei Giganti di Osono, un monumento megalitico lungo 22 metri, con un corridoio sepolcrale di circa 10 metri, al quale si accede da un ingresso con un grosso architrave, realizzato e coperto con grossi blocchi di pietra;


  • nella ospitalità antica, elargita all’ombra della vecchia torre di Santa Maria Navarrese;
  • nei culurgiones di patata, di cui sono ghiotto;
  • nel piacevole raccontarci, di Sardegna e di noi.


Grazie Paola per quello che mi hai svelato e permesso di condividere con te. 

8 commenti:

  1. Risposte
    1. probabilmente da piccola, per cui ho ricordi confusi...ammetto come te di essere ghiotta di culurgiones...quando trovo il formaggio adatto li faccio in casa altrimenti li compro già pronti, ed ogni volta è semplicemente festa per gli occhi e per il palato:-)

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    2. Urca, produttrice di culurgiones, ma vi chiamate tutte Paola? RIDO

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    3. :-)))...questo non lo so, però posso dirti che sin da piccola ho armeggiato con farina e formaggio perché a casa mia era usuale il sabato pomeriggio preparare i ravioli di formaggio e le seadas per il pranzo della domenica...credo tu li abbia assaggiati, se però così non fosse, bisogna porvi rimedio non appena potrai tornare.

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  2. Seadas e culurgiones non si assaggiano mai abbastanza :-)

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