Visualizzazione post con etichetta Sagredo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sagredo. Mostra tutti i post

sabato 25 agosto 2018

Macomer

Il primo libro che ho letto sulla Sardegna me lo prestò uno zio alla fine degli anni ‘70. 
Forse è proprio questo libro che mi ha insegnato a viaggiare in Sardegna. 
Oggi ne ho ritrovato una versione digitale in rete che ho immediatamente scaricato, contento come se avessi trovato un piccolo tesoro. 
E’ un libro di un francese, Gaston Vuillier (1846-1915), ritrattista francese molto conosciuto e amato, che illustra opere di Chateubriand e di Mérimée, saggista e collaboratore di diverse riviste, per una delle quali - il "Journal de voyages".
Vuillier compie un viaggio nelle Baleari, in Corsica e in Sardegna, scrivendo vari servizi che raccoglierà in un libro, intitolato “Les îles oubliées: les Baléares, la Corse et la Sardaigne, impressions de voyage”, Paris, Hachette, 1893. 
In italiano tradotto con il titolo “Le isole dimenticate la Sardegna impressioni di viaggio”, per la parte che riguarda la Sardegna. 
Scrive Vuillier:
"La Sardegna fu una visione abbacinante: in questa terra sconosciuta agli Italiani medesimi, dove i costumi d'altri tempi hanno conservato la loro originale bellezza conobbi da vicino, familiarmente, il farsetto di velluto, ed il medioevo trascorse ogni giorno al mio fianco, come se il mondo non avesse ruotato per quattro o cinque secoli". 

Con queste parole, tratte dalla nota al lettore, Vuillier anticipa la sua scrittura visiva, icastica, dove le sue attitudini e qualità di pittore passano per osmosi alla penna, in un libro ricco di caratterizzazioni, di immagini forti, di colori. Immagini vive, arricchite da sessantotto incisioni.
Giunge a Porto Torres e quando, dopo una tempesta in mare vede per la prima volta le coste isolane, affida le sue sensazioni a un acquerello: 
"Il cielo si colorò di rosa pallido e sagome di montagne si dipinsero davanti a noi. Questa è la Sardegna". 
Poi però annota che il primo paese che visita è "triste e povero, con case basse, dove si vedono errare bambini smunti, e il suo porto pare uno stagno". 
Vuillier descrive anche le città: Sassari, "l'incantevole", Alghero, dove ha "la piena illusione della Catalogna", e una Cagliari ventosa, nella quale si anima nel visitare Castello e la cattedrale, descritta accuratamente negli interni. 
La “scoperta” della Sardegna dura poco più di un secolo, dagli ultimi decenni del Settecento alla fine dell’Ottocento, sono arrivato tardi. 
Si conclude proprio con Gaston Vuillier ed il suo “Les îles oubliées: Les Baléares, la Corse et la Sardaigne”. 
Dopo, i viaggi usciranno dallo schema dell’informazione, seppure illeggiadrita talvolta da interpretazioni sentimentali e colorazioni poetiche, ed ispireranno opere più decisamente letterarie, come Sea and Sardiniadi David Herbert Lawrence, 1921 e “Sardegna come un’infanzia” di Elio Vittorini, 1936. 
Quella delle acque morte (paludi e stagni) è una vera ossessione per Vuillier, che vede nella malaria la causa della cappa di povertà che opprime l'isola, devastando la salute dei suoi abitanti e divenendo il simbolo di un oblio antico, che gli antichi dominatori hanno tra loro perpetrato e che ora continua con lo Stato unitario, che nei mesi del suo viaggio ha vita ormai trentennale. 
Ne propongo un piccolo brano dedicato a Macomer dove ho fatto il militare d’inverno, nel 1983-84, assaggiandone il clima direttamente sulla mia pelle.
Da questo brano si coglie bene quest’aspetto che, a tratti, oscura i colori delle sue pagine, che si accendono specialmente nelle descrizioni della natura, delle foreste ancora folte e numerose, dei costumi colorati dei paesi. 



MACOMER
All’estremità di quest’altopiano che i sardi coltivano,  bene o male, fra i blocchi di roccia, Macomer guarda dall’alto dei suoi basalti; si vede il declivio delle colline, la  pianura senza confini e, da lungi, il Gennargentu, cima  bianca di neve nell’immensità della terra e del cielo.  
Macomer, antico borgo fatto di frantumi di lava, s’èrannicchiata su una terra talmente aspra e rude, che gli  alberi non osano aggrapparvisi.  
Intorno all’ammasso delle sue basse dimore non si ha  sotto gli occhi che nuraghi in rovina, tombe di giganti, altopiani deserti, piane desolate, dalle quali svettano l’arido  monte Santo Padreed il tetro Lussurghi. 
In fondo alla  pianura delimitata da contrafforti elevati, il gigante della  Sardegna, il Gennargentu, alza maestosamente la sua  fronte calva spesso argentata dalla neve, e quasi sempre  coronata da nubi.  
I venti fischiano in ogni stagione, urlano e singhiozzano intorno a Macomer, che il maestrale maledetto esaspera per settimane e settimane ancora.  
Poi, quando quest’uragano si placa, arriva il sole, che  arde i basalti; dopo di che, dal surriscaldamento delle paludi, degli stagni, dei fiumi, nasce una pericolosa febbre.   
L’autunno, lo vedo, sferza questo triste suolo con piogge glaciali. Da queste colline assisto ora a corse scapigliatedella bruma.  
È proprio il cupo paesaggio che conveniva a lunghe  lotte, dopo la disfatta in cui soccombette la libertà dei Sardi.  
«Il nostro clima non è malsano», dice la gente di qui;  «ma a condizione di evitare le infreddature».  
Tuttavia, numerosi fra i Macomeresi muoiono di polmonite o di febbri reumatiche, aventi una duplice causa:  prima, il passaggio improvviso dal caldo al freddo, poi  l’avvelenamento miasmatico.   

sabato 11 agosto 2018

Emozioni Virtuali – Che il reale sia con voi …

Dobbiamo riconoscere che queste emozioni virtuali sono estremamente volatili e poco finalizzate a generare ricadute nel reale, quello che provocano sono solo illusioni, automistificazioni di noi, degli altri con cui telematicamente interagiamo e del nostro stesso agire. 
Questo potrebbe toglierci il tempo e le energie per vivere il reale con la dovuta profondità che merita, sfuggendolo per trovare rifugio nell’ovattato, appagante, mondo virtuale dove meno si soffre o meno si è derisi.
Nel virtuale si cerca spesso conforto alla propria solitudine (di tanti tipi diversi), siamo quindi nel virtuale alla ricerca di un antidoto (Amicizia? Amore? Sesso?) che allo stesso tempo evitiamo accuratamente perché sappiamo che questo stesso antidoto può generare sofferenza e quotidianità, che solitamente è la base di partenza dalla quale fuggiamo per emozionarci.
Infatti evitiamo la sofferenza creandoci innumerevoli emozioni virtuali, consapevoli che queste emozioni sono intense e veloci, per questo possono e preservarci dal dolore.
Intensità e durata sono attributi dell’emozione che sembrerebbero essere posti in rapporto inverso; come in un principio di indeterminazione quantistico che correla energia e tempo di un evento fisico, affermando: che più è l’intensità dell’emozione minore sarà la sua durata e viceversa.
L'emozione è facile sia amplificata nel virtuale e, conseguentemente, nello stesso momento in la viviamo si è già consumata, dissolta, frantumata.
Da questi frammenti d’emozione, in modo compulsivo, data la fugacità dell’emozione vissuta, dobbiamo passare a cercare quella successiva, ricercandola per non pensare alla nostra vita che non è quella che vorremmo. 
Per non pensare alla nostra solitudine.
All’inizio del primo blog mi si palesa un lancinante dubbio: può essere che con la mia modernità ed ironia, ampiamente impiegate nel virtuale, io rifugga dall’essere romantico nel reale, rifiutandomi di pensare alla mia solitudine, per inseguire amplificate emozioni/illusioni?
Ho fugato il dubbio, il virtuale mi è servino solo a rinnovare e rifondare il mio reale.
Che il reale sia con voi …

venerdì 10 agosto 2018

Emozioni Virtuali – Lancinante Dubbio

Date queste premesse, radicate in me come certezze, capirete il mio sgomento quando in un Post ho letto:
Noi esseri moderni ci nascondiamo dietro la maschera dell'ironia per non lasciarci andare al romanticismo per paura di essere derisi o di soffrire.
L'ironia ci permette di preservarci dal dolore ma se continueremo a vivere preservandoci ci ritroveremo ad essere umani senza cuore, senza umanità e senza passato.
Navigando nel web raccogliamo soltanto innumerevoli emozioni che non portano a nulla permettendoci soltanto di proseguire la nostra vita senza la profondità che ci spetta.
C’è la modernità e l’ironia che si contrappongono all’essere romantico, la voglia di fuggire il dolore, ma a che prezzo! 

Una riflessione finale sul rapporto tra virtuale e reale che è come una frustata cognitiva!
Effettivamente il romantico confligge con il vivere moderno, questo potrebbe facilmente provocare derisione, di conseguenza dolore. 
L’ironia come antidoto al dolore non mi convince del tutto, penserei di più al cinismo, sentimento che non mi appartiene.
La riflessione finale la sottoscrivo appieno: il virtuale regala emozioni, gratificazioni, così facendo trattenendoci al suo interno, rischiando di allontanarci dal reale. 


giovedì 9 agosto 2018

Emozioni Virtuali – Non essere romantico

Mai ho ritenuto di essere romantico. 
Per essere più chiaro elenco quelle azioni che non compio mai nei confronti di una donna, solitamente ritenute elementi fondanti di un comportamento romantico:
o  firmare lettere a lei indirizzate on frasi come "per l'eternità e ancora di più";
o  prometterle di essere il suo principe azzurro, o di essere per lei il solo ed unico;
o  coprirle gli occhi per farle una sorpresa;
o  farle fare un giro in gondola a Venezia o in carrozzella a Roma;
o  regalarle un vino d'annata imbottigliato l’anno della sua nascita;
o  organizzare una "perfetta" (secondo la sua definizione) giornata insieme;
o  comprarle fiori, cioccolatini, pezzetti di vetro sbrilluccicanti fatti di carbonio;
o  esprimerle cosa apprezzo in lei;
o  dirle “sei unica”, o “sempre di più mi stupisci …”, o "ti amo";
o  ascoltarla incantato ammutolendo alle sue parole (del resto sono un logorroico).


Non solo non sono romantico nel senso sopra esemplificato, che potremmo definire dei baci perugina (espressione non mia della quale mi sono appropriato), ma non sono romantico nemmeno secondo il meta concetto che i baci sovrasta, quel concetto astratto che il romanticismo è divenuto oggi.


mercoledì 8 agosto 2018

Emozioni Virtuali – Essere moderno

Penso di essere moderno, nel senso di non legato ai vincoli conservativi tipici della tradizione, del cerimonialismo, del formalismo, dell’educazione, del pensiero rigidamente propagato e per questo dogmatico. 
Definirei il mio modo di pensare l’esercizio di un pensiero laterale, che, grazie all’osservazione del particolare ed all’analogia, cerca di trovare contaminazioni tra contesti i più disparati e sconnessi. 
Nel far questo magari riesco anche ad esprimere una certa creatività non tanto nel generare idee originali, ma più spesso e semplicemente nell’accostare in maniera inedita idee altrui nate separatamente per scopi distanti da quello in cui mi trovo a riutilizzarle. 
Difficilmente parto da un foglio bianco, convinto che molti altri, prima di me e meglio di me, possano già aver riflettuto su un tema. 
Per questo il primo approccio rispetto ad una riflessione per me inedita su un tema è la ricerca e l’analisi del già da altri pensato.
Delle loro idee mi approprio, non per plagiarle ma piuttosto per riusarle, esprimendo la mia creatività proprio nell’accostarne di diverse, nel riusarle estrapolandole, interpolandole, correlandole.
Pago il mio debito nei confronti delle idee altrui da me metabolizzate, non tanto producendomi in citazioni attente delle fonti, quanto nella ridistribuzione del mio pensato, affinché chiunque possa fare con le mie idee quello che io faccio con quelle che cerco e in cui mi imbatto.


martedì 7 agosto 2018

Emozioni Virtuali – Ironico

Razzolando per i Blog mi sono imbattuto in qualche frase che mi ha dato da pensare riguardo al mio modo d’essere, ironico e moderno, o non essere, romantico.

Essere ironico
Mi piace l’ironia e per traslato le persone ironiche, nel raccontare di qualcosa aggiungo all’ironia anche un pizzico di dissacrazione, infine sono molto autoironico anche nel parlare di me stesso.

Non ho mai pensato che quest’uso dell’ironia servisse a nascondere qualcosa del mio essere. 
Piuttosto quando la applico a me stesso, un approccio ironico mi offre il vantaggio di poter evidenziare una carenza o un difetto, ponendoli in un modo che, se non riesce a trasformarli in una virtù, almeno ne stempera la negatività dell’impatto.


lunedì 6 agosto 2018

Sono uno spazzino di parole

Le parole che seguono mi piacciono.
Sono la traduzione e il rimaneggiamento di parole che m’arrivano dall’altra parte del mondo, che riecheggiano dal lontano Sud Africa.
Sono di Ian McCallum, psichiatra e poeta.

Mi danno un senso d’appartenenza.
Mi legittimano …
Come animale predatore,
la cui fame dilaniante mi rende spazzino di parole altrui.


Sono uno spazzino di parole,
specialista in versi rubati,
ladro di carne parlata.

Pirata di sapida prosa,
quel che prendo in prestito, mi tengo.

Affamato di parole,
non c’è verbo che non sappia mordere fino all’osso.

Scavando tane tra i versi
scrocco ritagli da ogni scritto …

Ogni virgola, ogni segno di due punti è una sosta nel pasto, 
ogni lineetta una breccia aperta per rubare o scampare,
ogni vocale una pozza d’acqua.

Scippatore di frasi condite,
sparpaglio parole come carcasse
solo per tornare a visitarle …

Con le parole c’è sempre qualcosa
a cui tornare, qualcosa da rimasticare.

Una sillaba qui, una consonante là …
Qualcosa da fiutare, seppellire, sezionare,
Qualcosa da risuscitare.

Randagio di materia rubata,
di parole faccio incetta e banchetto …

Come: feroce, santo, selvatico, sacro, 
spargimento medicamentoso … fame.



Ad altre parole, sempre dello stesso autore,
spero d’avere la forza, voglio attenermi,
nel gestire il mio …
disfacimento



Hai fatto tutta questa strada …
continua ad andare … 
Non tornare sui tuoi passi.

Nessuno detiene la misura
della propria disfatta … 
Nessuno il senso del proprio morire.

Serba quel che vive
dietro le maschere
che hai costruito …

La musica del tuo nome selvaggio,
la sapienza che ogni inciampo,
ogni svolta sulla via tortuosa
è una danza in seno all'Universo …

Un santuario di stelle
ali, alito ed ossa,
dove le maschere di tua creazione
sono disfatte

mercoledì 4 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Rilassato

Il suo sorriso è radioso, simpatico, dentatura candida, perfetta, regolare, labbra carnose senza essere eccessive. 
Continua a guardarmi sorridendo, mentre comprendo che mi ha appena detto il nome di una catena di hotel che nemmeno sapevo esistessero.
E’ sempre lei che fa entrare in gioco la tecnologia che ci salva la vita, o almeno, che mi ha salvato la notte. 
Dalla sua borsa estrae un cellulare che aperto a libro si dimostra essere uno smartphone di ultima generazione con la possibilità di collegarsi a internet.
Decido all’istante che appena torno a Roma mi compro quell’iPhone, della mela a cui sono votato dagli anni ’70, appena uscito in Italia.
Veloce ed efficiente, mentre le altre rimangono con il fiato sospeso, cerca il sito di ricerca di google e digitato “best western Milano” mi annuncia radiosa che a Milano ci sono solo 10 alberghi Best Western.

Non posso scordare il suo divertimento, il movimento cui le sue labbra pronunciano uno a uno i ridicoli nomi di quegli alberghi in ordine alfabetico: Ascot, Cristoforo Colombo, City, Berlino, Astoria, Major, Casati. 
La tensione cresce all’enunciare dei nomi.
Ne ha già pronunciati otto e la mia memoria non ha sobbalzato: sono disperato possibile che non riesca a ricordare il nome di un albergo se mi è letto?  
Già immagino la costosissima e lunga peregrinazione in taxi attraverso la grande città, per scansionare gli alberghi Best Western, ricercando nella memoria visiva che non mi manca, la conferma a quello che non ricordo a parole.
Il nono nome è quello giusto, Milton, il decimo non lo conoscerò mai perché Milton mi provoca un’esplosione di pace interiore che fuga l’ansia che mi ha invaso. 
Ottenere anche l’indirizzo è a quel punto banale. 

Mi sembra proprio il caso di ringraziare questa bella donna che mi ha permesso di ritrovare il mio albergo. 
Avendo avuto come ospite d’onore la registrazione del pregevole concerto che c’è stato prima della cena di gala, gentilmente glielo regalo. 
Ne è piacevolmente sorpresa e mi ringrazia accettandolo.
Posso ricominciare ad ammirare il suo decolté ed andare insieme a prendere il gelato per terminare questa svogliata e confusa domenica.

martedì 3 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Terrorizzato

Su suggerimento di una delle belle donne mi frugo tutte le tasche alla ricerca di foglietti, e-mail, o quant’altro possa ricordarmi dove dormo. Nulla!
Ci risediamo. 
Mi chiedono se proprio non ricordo il nome dell’albergo o quello della via. 
Più che nomi pronuncio vani vocalizzi alla ricerca di qualche traccia di memoria. 
Sui miei vocalizzi si alzano le loro ipotesi che si sovrappongono le uniche alle altre. 
L’accavallarsi di suoni e di nomi, non mi aiuta, anzi mi confonde del tutto. 
Il panico serpeggia, ma dove dormo questa notte a Milano?

Decido di rompere le scatole a Daniela, ricorderà certamente in quale albergo mi ha sistemato! 
Daniela risponde al terzo squillo del cellulare, è ancora in macchia andando verso casa. 
Alla mia richiesta ricomincia a ridere senza ritegno: 
“Marco questa sera hai deciso di farmi morire dal ridere …” 
Poi facendosi più seria aggiunge: 
“Come puoi pretendere che mi ricordi il tuo albergo, ho dovuto sistemare centinaia di persone, in decine di diversi alberghi …”.
Riattacco salutando Daniela che mi appare sinceramente preoccupata, anche se ancora ride per il mio stato confusionale.
Un altro brivido corre lungo la mia schiena. 

Le belle donne mi guardano, caritatevoli, sogghignanti. 
Sicuramente penseranno che sono un coglione. 
Ricominciano i suggerimenti. Concentrati. Pensa. Ricorda. Figurati, sono incapace di ricordare anche il mio numero di cellulare!
Finalmente con un urlo strappo dai meandri del mio cervello una traccia: “best”! Il migliore. 
Il migliore di che? 
Una delle quattro è rapidissima, la guardo negli occhi, sono verdi e bellissimi. 
“Best Western”soggiunge suadente, sorridendo all’imbecille che sto reiteratamente dimostrando di essere.

lunedì 2 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Impaurito

La cena di gala è la solita storia, convenevoli, presentazioni a sconosciuti illustri, intervallate dai saluti ai conosciuti, per questo inevitabilmente meno illustri degli sconosciuti. 
Cena, preludio della confusione del dopocena.
Mi accomiato cerimoniosamente dal prestigioso tavolo di illustri sconosciuti in cui Daniela mi ha collocato come ospite d’onore. 
Daniela stanchissima dei preparativi organizzativi si congeda andandosene a casa, ancora ridendo della sua omonima ospitata nel mio albergo. 
Le battute su cosa dovrò dire alla sconosciuta e sua figlia una volta rientrato in albergo si sprecano.

Guadagno un altro tavolo per prendere il caffè, invitato da una persona che conosco e intrigato dalle belle quattro donne che vi siedono.  
Affascinanti decolté e spalle scoperte mi distolgono, con discrezione, lo sguardo dai loro occhi. 
Chiacchiere simpatiche mi tolgono quel senso di svogliatezza che mi trascino appresso da quando sono partito, potenza seduttiva delle sconosciute. 
Compagnia simpatica che inizia a ipotizzare un gelato da prendere ai navigli, poiché è ancora presto e nella grande sala siamo rimasti in pochissimi. 
Scelgo di aderire al gelato, nonostante abbia un sonno da matti. 

E’ proprio in questo preciso momento in cui aderisco al gelato e già ci stiamo alzando che realizzo di non ricordare il nome dell’albergo dove dovrò tornare dopo il gelato. 
Che stupido ho la chiave elettronica, ci sarà almeno il nome dell’albergo, se non anche l’indirizzo.
Sotto lo sguardo incuriosito delle signore cerco la chiave nel portafoglio, uguale ad una carta di credito con chip. 
Un rettangolo di plastica assolutamente bianca con un numero 338 che mi ricorda inequivocabilmente il numero della mia stanza.
Stanza 338 di quale albergo? 

Un brivido mi percorre la schiena. 
Riapro il portafoglio alla ricerca del voucher. 
Inutile nella fretta di arrivare alla cena l’ho lasciato in albergo, assieme alla patente data alla reception. 
Non ho nemmeno un documento d’identità!

domenica 1 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Divertito

Attacco con il mio passo veloce, cadenzato, ritmico, imponente come altezza e peso mi consentono, rimbombante nel vuoto acustico dei corridoi.
Dietro un angolo ci manca poco che mi scontro con Daniela, l’avrei certo buttata a terra se l’avessi urtata. 
“Sei tu!”ci urliamo simultaneamente. 
“Dove sei finito?”mi apostrofa lei. 
“Dove sei finita tu, avevo detto a tua figlia di dirti di chiamarmi” rispondo io. 
Daniela mi guarda interdetta: “Non ho una figlia, ho solo un maschio!”.
Gli racconto tutto quello che avete già letto. 

Daniela inizia a contorcersi e a ridere dalle risate. 
Poi realizza che non può scomporsi più di tanto perché come organizzatrice dell’evento deve mantenere un contegno e soprattutto evitare che il trucco si sciolga in mille rivoli a seguito del lacrimare indotto dalle mie disavventure. 
Daniela mi sfugge improvvisa per riparare alla toilette, per smettere di ridere e cercare di ricomporsi, darsi un contegno si è detto.

Aspettandola penso a quella povera ragazza che doveva concentrarsi sull’esame al politecnico quando uno sconosciuto, io, gli ha telefonato per chiedergli pressantemente della madre, allo scopo perentorio di portarla a cena senza di lei. 
Avrà telefonato al padre (di cui non mi ha minimamente parlato e che all’albergo non c’era di sicuro), mentre aspettava il rientro della madre? 
Si sarà chiesta se la madre l’ha voluta accompagnare al politecnico solo per avere una scusa per venire a cena con me? 
Sarà stata la sua una solida famiglia in grado di resistere indenne a un qui pro quo senza scatenare gelosie e sospetti? 
Speriamolo.

Ecco che Daniela esce dalla toilette, sto per parlare, ma mi ferma: 
“Marco, per carità non mi dire più nulla, devo fare il discorso di ben venuto in apertura della cena e non puoi farmi ridere così, sta zitto ti prego!”. 
In silenzio, evitando di guardarmi per non ridere, Daniela mi accompagna al mio tavolo.

sabato 30 giugno 2018

Svogliatezza e confusione - Perplesso

Come faccio ad andare ad una cena che nemmeno so dove si terrà?
Stavolta chiamo Roberto, un collega di Daniela, forse saprà dirmi qualcosa.
Roberto mi risponde … Parlando come se lo avessero operato alle corde vocali. 
Alla richiesta di sapere dove e a che ora è la cena mi risponde dicendomi che sta assistendo al concerto.
Quale concerto? Ecco perché parla afono, cerca di non disturbare.
Cazzo! Ora ricordo che c’era scritto sull’invito …
Il concerto che precede la cena, esattamente all’intermo dello spazio congressi dove domani si terrà il convegno. 
Accidenti, tra aereo in ritardo e la mia dimenticanza dell’invito ho fatto tardi. 
Riesco ad estorcere a Roberto l’indirizzo ed il numero civico di questa sede congressuale.
Gli prometto di precipitarmi al più presto. 

Mentre il taxi mi porta rifletto su come la mia svogliatezza mi abbia portato a confondermi scordando l’invito. 
Sono anche perplesso su Daniela, dove è finita? 
Perché si è portata la figlia? 
Che centra l’esame al politecnico? 
Come farà domani ad accompagnarla, come gli ha promesso, e allo stesso tempo a venire a sentire il mio intervento, come mi ha promesso?

Milano appare sospesa, come me, nell’inedia della domenica sera, traffico zero, silenzio ovattato, rarefazione. 
Finalmente sono alla sede congressuale, nel nulla intorno alla vecchia fiera. 
All’ingresso, illuminato, non c’è nessuno. 
Immane atrio vuoto, scale mobili in movimento e deserte. 
Nessuna indicazione di dove andare, assenza di rumore. 
Possibile essere così “non accolti” a una cena di gala? Sarà perché sono in ritardo.
Dopo 4 scale mobili in salita, inizio a sentire un vocio, finalmente qualcuno in quell’edificio immenso. 
Inizia un dedalo di ampi corridoi di parquet, come fossero campi di pallacanestro. 

venerdì 29 giugno 2018

Svogliatezza e confusione - Meravigliato

Salgo nella mia stanza un poco meravigliato perché Daniela è milanese, certo non mi aspettavo la sua presenza in albergo.
Dopo aver combattuto 10 minuti con la tecnologia delle chiamate interne all’albergo, finalmente parlo con la stanza 121. 

Risponde, come previsto, una voce di donna:
“Ciao Daniela sono Marco, sono arrivato in albergo appena adesso, volevo sapere dove è la cena e se andiamo assieme …”.
La voce che risponde è troppo giovane:
“Sono la figlia … mia madre è uscita …”.  
Che ci fa la figlia in albergo? 
Per la verità nemmeno sapevo che Daniela avesse una figlia.
M’incasino tra il lei, poiché la figlia non la conosco, e il tu, che l’immaginabile giovane età potrebbe concedermi: 
“Sono Marco, stasera dovrei essere a cena con sua madre … no non mi sono spiegato bene … volevo dire che sono un collega di mamma, un collega capito … e che stasera dovremmo andare assieme a una cena di gala, ma tua madre dove sta?”.

La ragazza m’appare imbarazzata, si lancia in una spiegazione del fatto che con la madre sono arrivate nel pomeriggio, perché domani lei dovrà fare un esame di ammissione al Politecnico. 
Non sa dirmi dove sia la madre, né a che ora torni, addirittura pensava che avrebbe cenato con lei in albergo. 
Gli chiarisco che non se ne parla nemmeno,che dobbiamo andare a questa benedetta cena di gala.
Possibile che la figlia di Daniela s’intristisca? 
Non mi rimane che chiedergli di dire alla mamma di richiamarmi. 
La ragazza solerte (del resto domani sosterrà un esame di ammissione al Politecnico, deve essere sveglia per forza!) mi chiede di lasciargli il numero. 
Di rimando gli dico che la sua mamma lo conosce benissimo e mi raccomando nuovamente di farmi richiamare appena rientra che è già tardi per la cena.
Dopo un quarto d’ora Daniela non si è ancora fatta risentire.
Di richiamare la figlia proprio non mi va, quando ho riattaccato mi è sembrato che pensasse a tutta una scusa, come se tra me e la madre chissà cosa ci fosse. 

giovedì 28 giugno 2018

Svogliatezza e confusione

Che palle, è inizio maggio, sono appena tornato da Ischia dove ho festeggiato i miei 50 anni, non ho voglia d’andare a Milano per una trasferta di lavoro.
Daniela m’ha incastrato chiedendomi, non solo di partecipare al convegno che sta’ organizzando, ma pure di aprirne i lavori con un intervento e perfino presenziare alla cena sociale la sera prima, cosa che mi costringe a partire di domenica.
Domenica pomeriggio a Roma c’è un’afa terribile, piove sabbia mentre sto andando verso l’aeroporto. 
Avrei preferito rimanermene rintanato a casa, come ho fatto ieri per tutto il sabato, sbracato sotto la pala coloniale che domina il mio letto, regolata a forza III, quella che regala impetuosi refoli di frescura.
Parto svogliato, accaldato dall’abito fresco lana antracite, un ossimoro la dizione fresco lana, strangolato dalla cravatta indossata sopra una pressoché inevitabile camicia azzurra di cotone. 
Almeno ha una trama originale, costituita da fittissime e sottilissime righe orizzontali, alternate bianche e azzurre, impercettibili a vedersi, con il solo effetto di schiarire l’azzurro. 
Unica deroga all’inevitabile omogeneità del vestire maschile da “manager “che mi concedo, sono i cangianti colori della cravatta Missoni che ho scelto.

Parto avvilito dall’umido maltempo, annoiato, sconnesso, tanto che mi scordo di prendere l’invito per la cena, limitandomi al biglietto aereo e al voucher dell’albergo.
Inevitabilmente l’aereo tarda un’ora e mezza a partire. 
Avrei letto il buon libro di Paul Auster, “Follie di Broklin”, che mi sono portato da iniziare, ma in quello stesso tempo che attendo il gate da cui dovrei partire cambia ben quattro volte, tutta l’attenzione è rivolta a capire da dove dovrò imbarcare sull’aereo.
La cosa migliore del viaggio verso Milano sono i salatini, mi sono offerti da una hostess sorniona: entrando mi ha fatto una battuta lanciandomi una simpatica occhiata, forse era un complimento ma, l’ho detto, parto svogliato e confuso, non l’ho recepito.

Arrivo in albergo alle 20.00, appena in tempo per la cena fissata per le 20.30. 
Lì alla reception consegnato il voucher e l’unico documento d’identità, realizzo di non avere la minima idea di dove si svolgerà la cena cui sono stato invitato. 
Per questo chiedo al portiere se ci sono messaggi per me da parte di Daniela, la donna che per conto dell’organizzazione del convegno mi ha invitato, facendomi avere il biglietto aereo, la prenotazione alberghiera e l’invito per cena che ho scordato. 
Il portiere solerte m’informa che non ci sono messaggi ma che Daniela è già arrivata in albergo e alloggia nella stanza 121. 

mercoledì 27 giugno 2018

Parole per la "mia" Sardegna

Parole mie, parole di altri, parole lette, parole rubate, parole ricordate, parole storpiate, parole amate, parole per vivere.



Sardegna, isola fuori dal tempo e dalla storia.
Questa terra non assomiglia ad alcun altro luogo, 
è un'altra cosa, 
più ampia della sua isolata limitatezza, 
così irregolare che svanisce in lontananza. 

Creste di colline, 
come fosse brughiera scozzese, 
irrilevanti, 
che si perdono, forse, 
in un tentativo d’assedio del Gennargentu. 

Incantevole spazio tutt’intorno, 
mete e distanze per viaggiare, 
nulla di finito, 
nulla di definitivo. 
Si sente la necessità assoluta di muoversi.

Soprattutto di muoversi in una direzione particolare. 
Una doppia necessità: 
muoversi e sapere in che direzione.
E' come la libertà stessa.
In Sardegna cerco la mia libertà.

mercoledì 6 giugno 2018

Abbandoni

Senza parole, solo immagini (mie) con accompagnamento di musica ambient (Brian Eno)



Apprezzo il fascino dei luoghi abbandonati.

I luoghi abbandonati sono infinitamente soli e maestosamente unici:
·     alcuni lo sono a causa di catastrofi;
·     altri perché teatri di eventi imprevedibili e tragici;
·     ancora è l’incuria dell’uomo e la bramosia di costruirne altri ad averli trasformati in luoghi fantasma;
·     infine taluni sono semplicemente antichissimi, passati di moda, lasciati inermi e incustoditi.

I luoghi abbandonati sono posti dove il tempo regna sovrano: 
·     fissa la realtà in una natura morta, immobile;
·     allo stesso tempola trasforma senza sosta;
·     l’unica sua preoccupazione è quella di cancellare ogni traccia dell’uomoe della sua esistenza.

Quasi sempre chi se n’è andato da questi luoghi abbandonati ha lasciato:
·     la porta socchiusa, 
·     la finestra accostata, 
·     una piantina di fiori sul davanzale, 
·     delle collane di peperoni appese al soffitto, 
·     la legna sul caminetto,
·     documenti nei cassetti,
·     utensili e pentolame negli armadi, come se dovesse rincasare da un momento all’altro. 
Nessuno è mai tornato.
Nessun altro ha più fatto dono di una visita pur fugace.

Sono un abbandonologo perché:
·     amo raccontare di luoghi mai visti in modo evocativo;
·     cerco quel che resta, i lutti nelle cose;

·     m’intrigo della presenza dell’assenza.