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mercoledì 4 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Rilassato

Il suo sorriso è radioso, simpatico, dentatura candida, perfetta, regolare, labbra carnose senza essere eccessive. 
Continua a guardarmi sorridendo, mentre comprendo che mi ha appena detto il nome di una catena di hotel che nemmeno sapevo esistessero.
E’ sempre lei che fa entrare in gioco la tecnologia che ci salva la vita, o almeno, che mi ha salvato la notte. 
Dalla sua borsa estrae un cellulare che aperto a libro si dimostra essere uno smartphone di ultima generazione con la possibilità di collegarsi a internet.
Decido all’istante che appena torno a Roma mi compro quell’iPhone, della mela a cui sono votato dagli anni ’70, appena uscito in Italia.
Veloce ed efficiente, mentre le altre rimangono con il fiato sospeso, cerca il sito di ricerca di google e digitato “best western Milano” mi annuncia radiosa che a Milano ci sono solo 10 alberghi Best Western.

Non posso scordare il suo divertimento, il movimento cui le sue labbra pronunciano uno a uno i ridicoli nomi di quegli alberghi in ordine alfabetico: Ascot, Cristoforo Colombo, City, Berlino, Astoria, Major, Casati. 
La tensione cresce all’enunciare dei nomi.
Ne ha già pronunciati otto e la mia memoria non ha sobbalzato: sono disperato possibile che non riesca a ricordare il nome di un albergo se mi è letto?  
Già immagino la costosissima e lunga peregrinazione in taxi attraverso la grande città, per scansionare gli alberghi Best Western, ricercando nella memoria visiva che non mi manca, la conferma a quello che non ricordo a parole.
Il nono nome è quello giusto, Milton, il decimo non lo conoscerò mai perché Milton mi provoca un’esplosione di pace interiore che fuga l’ansia che mi ha invaso. 
Ottenere anche l’indirizzo è a quel punto banale. 

Mi sembra proprio il caso di ringraziare questa bella donna che mi ha permesso di ritrovare il mio albergo. 
Avendo avuto come ospite d’onore la registrazione del pregevole concerto che c’è stato prima della cena di gala, gentilmente glielo regalo. 
Ne è piacevolmente sorpresa e mi ringrazia accettandolo.
Posso ricominciare ad ammirare il suo decolté ed andare insieme a prendere il gelato per terminare questa svogliata e confusa domenica.

martedì 3 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Terrorizzato

Su suggerimento di una delle belle donne mi frugo tutte le tasche alla ricerca di foglietti, e-mail, o quant’altro possa ricordarmi dove dormo. Nulla!
Ci risediamo. 
Mi chiedono se proprio non ricordo il nome dell’albergo o quello della via. 
Più che nomi pronuncio vani vocalizzi alla ricerca di qualche traccia di memoria. 
Sui miei vocalizzi si alzano le loro ipotesi che si sovrappongono le uniche alle altre. 
L’accavallarsi di suoni e di nomi, non mi aiuta, anzi mi confonde del tutto. 
Il panico serpeggia, ma dove dormo questa notte a Milano?

Decido di rompere le scatole a Daniela, ricorderà certamente in quale albergo mi ha sistemato! 
Daniela risponde al terzo squillo del cellulare, è ancora in macchia andando verso casa. 
Alla mia richiesta ricomincia a ridere senza ritegno: 
“Marco questa sera hai deciso di farmi morire dal ridere …” 
Poi facendosi più seria aggiunge: 
“Come puoi pretendere che mi ricordi il tuo albergo, ho dovuto sistemare centinaia di persone, in decine di diversi alberghi …”.
Riattacco salutando Daniela che mi appare sinceramente preoccupata, anche se ancora ride per il mio stato confusionale.
Un altro brivido corre lungo la mia schiena. 

Le belle donne mi guardano, caritatevoli, sogghignanti. 
Sicuramente penseranno che sono un coglione. 
Ricominciano i suggerimenti. Concentrati. Pensa. Ricorda. Figurati, sono incapace di ricordare anche il mio numero di cellulare!
Finalmente con un urlo strappo dai meandri del mio cervello una traccia: “best”! Il migliore. 
Il migliore di che? 
Una delle quattro è rapidissima, la guardo negli occhi, sono verdi e bellissimi. 
“Best Western”soggiunge suadente, sorridendo all’imbecille che sto reiteratamente dimostrando di essere.

lunedì 2 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Impaurito

La cena di gala è la solita storia, convenevoli, presentazioni a sconosciuti illustri, intervallate dai saluti ai conosciuti, per questo inevitabilmente meno illustri degli sconosciuti. 
Cena, preludio della confusione del dopocena.
Mi accomiato cerimoniosamente dal prestigioso tavolo di illustri sconosciuti in cui Daniela mi ha collocato come ospite d’onore. 
Daniela stanchissima dei preparativi organizzativi si congeda andandosene a casa, ancora ridendo della sua omonima ospitata nel mio albergo. 
Le battute su cosa dovrò dire alla sconosciuta e sua figlia una volta rientrato in albergo si sprecano.

Guadagno un altro tavolo per prendere il caffè, invitato da una persona che conosco e intrigato dalle belle quattro donne che vi siedono.  
Affascinanti decolté e spalle scoperte mi distolgono, con discrezione, lo sguardo dai loro occhi. 
Chiacchiere simpatiche mi tolgono quel senso di svogliatezza che mi trascino appresso da quando sono partito, potenza seduttiva delle sconosciute. 
Compagnia simpatica che inizia a ipotizzare un gelato da prendere ai navigli, poiché è ancora presto e nella grande sala siamo rimasti in pochissimi. 
Scelgo di aderire al gelato, nonostante abbia un sonno da matti. 

E’ proprio in questo preciso momento in cui aderisco al gelato e già ci stiamo alzando che realizzo di non ricordare il nome dell’albergo dove dovrò tornare dopo il gelato. 
Che stupido ho la chiave elettronica, ci sarà almeno il nome dell’albergo, se non anche l’indirizzo.
Sotto lo sguardo incuriosito delle signore cerco la chiave nel portafoglio, uguale ad una carta di credito con chip. 
Un rettangolo di plastica assolutamente bianca con un numero 338 che mi ricorda inequivocabilmente il numero della mia stanza.
Stanza 338 di quale albergo? 

Un brivido mi percorre la schiena. 
Riapro il portafoglio alla ricerca del voucher. 
Inutile nella fretta di arrivare alla cena l’ho lasciato in albergo, assieme alla patente data alla reception. 
Non ho nemmeno un documento d’identità!

domenica 1 luglio 2018

Svogliatezza e confusione - Divertito

Attacco con il mio passo veloce, cadenzato, ritmico, imponente come altezza e peso mi consentono, rimbombante nel vuoto acustico dei corridoi.
Dietro un angolo ci manca poco che mi scontro con Daniela, l’avrei certo buttata a terra se l’avessi urtata. 
“Sei tu!”ci urliamo simultaneamente. 
“Dove sei finito?”mi apostrofa lei. 
“Dove sei finita tu, avevo detto a tua figlia di dirti di chiamarmi” rispondo io. 
Daniela mi guarda interdetta: “Non ho una figlia, ho solo un maschio!”.
Gli racconto tutto quello che avete già letto. 

Daniela inizia a contorcersi e a ridere dalle risate. 
Poi realizza che non può scomporsi più di tanto perché come organizzatrice dell’evento deve mantenere un contegno e soprattutto evitare che il trucco si sciolga in mille rivoli a seguito del lacrimare indotto dalle mie disavventure. 
Daniela mi sfugge improvvisa per riparare alla toilette, per smettere di ridere e cercare di ricomporsi, darsi un contegno si è detto.

Aspettandola penso a quella povera ragazza che doveva concentrarsi sull’esame al politecnico quando uno sconosciuto, io, gli ha telefonato per chiedergli pressantemente della madre, allo scopo perentorio di portarla a cena senza di lei. 
Avrà telefonato al padre (di cui non mi ha minimamente parlato e che all’albergo non c’era di sicuro), mentre aspettava il rientro della madre? 
Si sarà chiesta se la madre l’ha voluta accompagnare al politecnico solo per avere una scusa per venire a cena con me? 
Sarà stata la sua una solida famiglia in grado di resistere indenne a un qui pro quo senza scatenare gelosie e sospetti? 
Speriamolo.

Ecco che Daniela esce dalla toilette, sto per parlare, ma mi ferma: 
“Marco, per carità non mi dire più nulla, devo fare il discorso di ben venuto in apertura della cena e non puoi farmi ridere così, sta zitto ti prego!”. 
In silenzio, evitando di guardarmi per non ridere, Daniela mi accompagna al mio tavolo.

sabato 30 giugno 2018

Svogliatezza e confusione - Perplesso

Come faccio ad andare ad una cena che nemmeno so dove si terrà?
Stavolta chiamo Roberto, un collega di Daniela, forse saprà dirmi qualcosa.
Roberto mi risponde … Parlando come se lo avessero operato alle corde vocali. 
Alla richiesta di sapere dove e a che ora è la cena mi risponde dicendomi che sta assistendo al concerto.
Quale concerto? Ecco perché parla afono, cerca di non disturbare.
Cazzo! Ora ricordo che c’era scritto sull’invito …
Il concerto che precede la cena, esattamente all’intermo dello spazio congressi dove domani si terrà il convegno. 
Accidenti, tra aereo in ritardo e la mia dimenticanza dell’invito ho fatto tardi. 
Riesco ad estorcere a Roberto l’indirizzo ed il numero civico di questa sede congressuale.
Gli prometto di precipitarmi al più presto. 

Mentre il taxi mi porta rifletto su come la mia svogliatezza mi abbia portato a confondermi scordando l’invito. 
Sono anche perplesso su Daniela, dove è finita? 
Perché si è portata la figlia? 
Che centra l’esame al politecnico? 
Come farà domani ad accompagnarla, come gli ha promesso, e allo stesso tempo a venire a sentire il mio intervento, come mi ha promesso?

Milano appare sospesa, come me, nell’inedia della domenica sera, traffico zero, silenzio ovattato, rarefazione. 
Finalmente sono alla sede congressuale, nel nulla intorno alla vecchia fiera. 
All’ingresso, illuminato, non c’è nessuno. 
Immane atrio vuoto, scale mobili in movimento e deserte. 
Nessuna indicazione di dove andare, assenza di rumore. 
Possibile essere così “non accolti” a una cena di gala? Sarà perché sono in ritardo.
Dopo 4 scale mobili in salita, inizio a sentire un vocio, finalmente qualcuno in quell’edificio immenso. 
Inizia un dedalo di ampi corridoi di parquet, come fossero campi di pallacanestro. 

venerdì 29 giugno 2018

Svogliatezza e confusione - Meravigliato

Salgo nella mia stanza un poco meravigliato perché Daniela è milanese, certo non mi aspettavo la sua presenza in albergo.
Dopo aver combattuto 10 minuti con la tecnologia delle chiamate interne all’albergo, finalmente parlo con la stanza 121. 

Risponde, come previsto, una voce di donna:
“Ciao Daniela sono Marco, sono arrivato in albergo appena adesso, volevo sapere dove è la cena e se andiamo assieme …”.
La voce che risponde è troppo giovane:
“Sono la figlia … mia madre è uscita …”.  
Che ci fa la figlia in albergo? 
Per la verità nemmeno sapevo che Daniela avesse una figlia.
M’incasino tra il lei, poiché la figlia non la conosco, e il tu, che l’immaginabile giovane età potrebbe concedermi: 
“Sono Marco, stasera dovrei essere a cena con sua madre … no non mi sono spiegato bene … volevo dire che sono un collega di mamma, un collega capito … e che stasera dovremmo andare assieme a una cena di gala, ma tua madre dove sta?”.

La ragazza m’appare imbarazzata, si lancia in una spiegazione del fatto che con la madre sono arrivate nel pomeriggio, perché domani lei dovrà fare un esame di ammissione al Politecnico. 
Non sa dirmi dove sia la madre, né a che ora torni, addirittura pensava che avrebbe cenato con lei in albergo. 
Gli chiarisco che non se ne parla nemmeno,che dobbiamo andare a questa benedetta cena di gala.
Possibile che la figlia di Daniela s’intristisca? 
Non mi rimane che chiedergli di dire alla mamma di richiamarmi. 
La ragazza solerte (del resto domani sosterrà un esame di ammissione al Politecnico, deve essere sveglia per forza!) mi chiede di lasciargli il numero. 
Di rimando gli dico che la sua mamma lo conosce benissimo e mi raccomando nuovamente di farmi richiamare appena rientra che è già tardi per la cena.
Dopo un quarto d’ora Daniela non si è ancora fatta risentire.
Di richiamare la figlia proprio non mi va, quando ho riattaccato mi è sembrato che pensasse a tutta una scusa, come se tra me e la madre chissà cosa ci fosse. 

giovedì 28 giugno 2018

Svogliatezza e confusione

Che palle, è inizio maggio, sono appena tornato da Ischia dove ho festeggiato i miei 50 anni, non ho voglia d’andare a Milano per una trasferta di lavoro.
Daniela m’ha incastrato chiedendomi, non solo di partecipare al convegno che sta’ organizzando, ma pure di aprirne i lavori con un intervento e perfino presenziare alla cena sociale la sera prima, cosa che mi costringe a partire di domenica.
Domenica pomeriggio a Roma c’è un’afa terribile, piove sabbia mentre sto andando verso l’aeroporto. 
Avrei preferito rimanermene rintanato a casa, come ho fatto ieri per tutto il sabato, sbracato sotto la pala coloniale che domina il mio letto, regolata a forza III, quella che regala impetuosi refoli di frescura.
Parto svogliato, accaldato dall’abito fresco lana antracite, un ossimoro la dizione fresco lana, strangolato dalla cravatta indossata sopra una pressoché inevitabile camicia azzurra di cotone. 
Almeno ha una trama originale, costituita da fittissime e sottilissime righe orizzontali, alternate bianche e azzurre, impercettibili a vedersi, con il solo effetto di schiarire l’azzurro. 
Unica deroga all’inevitabile omogeneità del vestire maschile da “manager “che mi concedo, sono i cangianti colori della cravatta Missoni che ho scelto.

Parto avvilito dall’umido maltempo, annoiato, sconnesso, tanto che mi scordo di prendere l’invito per la cena, limitandomi al biglietto aereo e al voucher dell’albergo.
Inevitabilmente l’aereo tarda un’ora e mezza a partire. 
Avrei letto il buon libro di Paul Auster, “Follie di Broklin”, che mi sono portato da iniziare, ma in quello stesso tempo che attendo il gate da cui dovrei partire cambia ben quattro volte, tutta l’attenzione è rivolta a capire da dove dovrò imbarcare sull’aereo.
La cosa migliore del viaggio verso Milano sono i salatini, mi sono offerti da una hostess sorniona: entrando mi ha fatto una battuta lanciandomi una simpatica occhiata, forse era un complimento ma, l’ho detto, parto svogliato e confuso, non l’ho recepito.

Arrivo in albergo alle 20.00, appena in tempo per la cena fissata per le 20.30. 
Lì alla reception consegnato il voucher e l’unico documento d’identità, realizzo di non avere la minima idea di dove si svolgerà la cena cui sono stato invitato. 
Per questo chiedo al portiere se ci sono messaggi per me da parte di Daniela, la donna che per conto dell’organizzazione del convegno mi ha invitato, facendomi avere il biglietto aereo, la prenotazione alberghiera e l’invito per cena che ho scordato. 
Il portiere solerte m’informa che non ci sono messaggi ma che Daniela è già arrivata in albergo e alloggia nella stanza 121. 

lunedì 28 maggio 2018

Generosi e Diffidenti – Come è Sagredo, Generoso o Diffidente?

Appartengo al primo tipo, sono un leader GENEROSO: 
  • sicuramente aperto e trasparente; 
  • più che ottimista, direi realista, anche se mi hanno detto che chi si definisce realista gli altri lo considerano pessimista; 
  • lavoro solo per obiettivi, fortunatamente ho avuto quasi sempre la possibilità di definirmeli, e li raggiungo, sempre, con fatica ed un incredibile profusione di energia che mi abbonda; 
  • delego molto, la maggiore soddisfazione lavorativa è che molti di quelli che hanno iniziato a lavorare con me sono diventati dirigenti e leader a loro volta; 
  • non sono invidioso dei successi altrui;
  • sono circondato da DIFFIDENTI, con loro tendo ad evitare gli scontri frontali cercando piuttosto di aggirarli, nei loro confronti non ho rancori o risentimenti, semplicemente una elevatissima disistima.

Come vuole la regola ho fatto meno carriera di qualcuno dei DIFFIDENTI che mi hanno circondato. 
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Non m’importa, rimango soddisfatto che quando si tratta di relazioni esterne e non solo di dinamiche interne all’organizzazione, sono la persona ritenuta autorevole, quella con la quale gli esterni ritengono valga la pena di parlare.



domenica 27 maggio 2018

Generosi e Diffidenti – Quali le loro Intenzioni ed atteggiamenti?

La cosa curiosa è che entrambi, GENEROSI e DIFFIDENTI, pensano di essere animati dalle migliori intenzioni. 
Sentendoli esporre le loro idee e i loro programmi, non è possibile capire come si comporteranno. 
Entrambi dicono che ammirano chi ha iniziativa, che vogliono l'espansione e lo sviluppo. 
In realtà differiscono come carattere, mentalità, atteggiamento: verso la vita, gli altri, il mondo. 

I GENEROSI sono ottimisti e sicuri di se stessi. 
Sono orientati al risultato. 
Vogliono veder nascere cose buone e belle e si realizzano identificandosi con chi le crea. 


Il DIFFIDENTI, invece, sono invidiosi.
Hanno prima di tutto bisogno di affermare se stessi, il proprio valore. 
Vogliono dimostrare che sono loro, e non gli altri, a essere bravi, attivi, indispensabili. 
Per questo li frenano, li controllano, li paralizzano, gli altri, i GENEROSI.



sabato 26 maggio 2018

Generosi e Diffidenti – Quali le conseguenze del loro agire?

Tra GENEROSI e DIFFIDENTI si evidenzia una profonda differenza di mentalità e di valori, indipendentemente dal compito loro assegnato. 
Se si incarica un DIFFIDENTE di andare ad aiutare un suo collega in difficoltà, il risultato sarà catastrofico perché incomincerà a fargli delle critiche e a creargli degli ostacoli. 
Al contrario, se si manda un GENEROSO a frenare un collega molto attivo, c'è il “pericolo” che lo aiuti a fare meglio. 

Questi due tipi umani, GENEROSI e DIFFIDENTI, esistono in tutti gli ambienti e a tutti i livelli delle gerarchie lavorative. 
Quando sono messi in posizione di comando, i GENEROSI scelgono i collaboratori più intraprendenti e più attivi. 
Danno loro ampie responsabilità e li lasciano agire. 
Sotto la loro guida le organizzazioni prosperano, gli uffici fioriscono. 
I DIFFIDENTI, invece, scelgono solo persone che ubbidiscono ciecamente e fanno di tutto per ostacolare chi si dimostra indipendente e autonomo. 

Nonostante i GENEROSI siano per quanto detto leader infinitamente migliori dei DIFFIDENTI, sono spesso i secondi a radicarsi nelle posizioni di potere. 
Perché rosicchiano a poco a poco le posizioni degli altri, lavorano per ostacolarli, per farli fallire e trovano sempre degli alleati fra gente del loro stesso tipo. 
E producono ogni tipo di conseguenze negative.


venerdì 25 maggio 2018

Generosi e Diffidenti – Chi sono?

Ho lavorato 39 anni, considerando anche i 4 in cui lavoravo per la Treccani, parallelamente agli studi universitari di Fisica, in tutti questi anni, nelle diverse organizzazioni in cui mi sono collocato, ho sempre incontrato e mi sono misurato con due tipi di persone radicalmente diverse:
  • i GENEROSI;
  • i DIFFIDENTI. 

I GENEROSI sono persone aperte. 
Quando incontrano qualcuno che sta facendo, inventando, costruendo, provano un'istintiva simpatia. 
Si mettono dalla sua parte e cercano di semplificargli l'azione. 
Lo aiutano, sono felici dei risultati raggiunti e del suo successo. 

I DIFFIDENTI, diversamente, sono persone intimamente sospettose. 
Di fronte a un innovatore provano un immediato bisogno di controllarlo, di porgli dei limiti, delle regole. 

Interferiscono continuamente con il suo lavoro e finiscono col paralizzarlo. 



venerdì 27 aprile 2018

Parabola sulla relazione contrattuale

Spesso siamo clienti, più raramente fornitori, in ogni caso pratichiamo entrambi i lati di quella strana relazione cliente/fornitore che nei casi più complessi è formalizzata da specifici contratti.
Dovremmo avere sempre presenti questi due lati della relazione ma spesso ci scordiamo di vedere le cose dal punto di vista dell’altro.
Ecco perché spesso alla fine di una lezione di management propongo a chi m’ascolta, tipicamente dirigenti della pubblica amministrazione interessati all’acquisto di servizi informatici, una parabola sulla relazione contrattuale, serve 
  • per riderci sopra assieme … 
  • per ricordarci i punti di vista dell’uno rispetto all’altro … 
  • per non scordarci mai di dialogare realmente …

Un uomo in una mongolfiera si rende conto di essersi perso. 
Riducendo l'altitudine scorge in basso un altro uomo che cammina solitario su un prato. 

L'uomo in mongolfiera scende ancora un po' e gli grida:
"Mi scusi, mi può aiutare? Ho promesso ad un amico d'incontrarlo un'ora  fa, ma non so dove sono". 
Risponde l’altro guardandolo a testa all’in su dal prato:
"Lei e' in una mongolfiera fluttuante a circa 10m da terra e si trova tra  i 40 e 41 gradi latitudine Nord e tra i 59 e 60 gradi longitudine Ovest".

Grida l'uomo dalla mongolfiera:

“Lei deve essere il capo progetto di un importante fornitore di servizi informatici".

Risponde l'altro sul prato:

"Si' e' vero! Lavoro per una importante azienda informatica. Ma come lo sa?"  
Risponde l'uomo in aria: 
"Beh … tutto quello che mi ha detto è tecnicamente corretto ma non ho idea di cosa farci con le sue  informazioni, e sta di fatto che resto perso. Francamente non mi è stato di grande aiuto finora!".

Quello a terra replica: 
"Lei deve essere il responsabile degli acquisti di un’amministrazione pubblica".  
Risponde l'altro perduto nel cielo:
"Si, e' vero! Lavoro per il Ministro che trasformerà la pubblica amministrazione modernizzandola e rendendola più efficiente, ma come l'ha capito?" 

Dalla terra la risposta è immediata e circostanziata:
"Beh … Lei non sa dov'è e dove sta andando ed è' salito fin lassù grazie ad una enorme  quantità d'aria gonfiata.  
Ha fatto una promessa che non aveva idea di come mantenere e si aspetta che la gente che la circonda sia in grado di risolvere i suoi problemi.  
Sta di fatto che lei si trova ancora esattamente dov'era prima che c’incontrassimo ma, adesso, per qualche strana ragion è diventata colpa mia".    

venerdì 20 aprile 2018

Cosa insegna la Fisica oltre alla fisica?

METODO SCIENTIFICO
Osservare, per discernere e selezionare il significante dall’insignificante.
Ragionare, per risolvere problemi.
Sperimentare, per confermare o falsificare la validità del ragionamento.

Serve per:
  • imparare dall’esperienza; 
  • apprendere, capire; 
  • costruire approcci e procedure.


ASTRAZIONE
Utilizzare il problema particolare che ci si presenta ponendosi l’esigenza di rappresentare una classe di problemi più generale.

Serve per:
  • progettare e definire standard;
  • riutilizzare soluzioni;
  • aumentare il valore delle soluzioni realizzate e conseguentemente la produttività.


MODELLAZIONE
Rappresentare la realtà per comprenderla meglio. Per capire è utile pensare a qualcosa di noto. E’ utile semplificare ciò che è troppo complesso creando un modello predittivo, per questo verificabile, senza scordare mai che il modello non è la realtà. Un’analogia somiglia alla realtà, non la rappresenta, ma è più semplice da capire.

Serve per:
  • definire strategie;
  • analizzare possibili scenari alternativi.


MISURAZIONE
Tutto si può misurare, definendo procedimento e unità di misura, senza mai scordarsi l’errore insito nella misura.

Serve per:
  • prevedere (stimare e pianificare), 
  • attuare (misurare gli obiettivi raggiunti), 
  • controllare (analizzare gli scostamenti).



RAPPRESENTAZIONE
Identificare i fenomeni significa passare dai dati, le misure, alla loro rappresentazione (interpretazione), usando tabelle, grafici, analisi statistiche, interpolando, estrapolando, correlando.

Serve per:
  • comunicare risultati;
  • supportare decisioni;
  • convincere e dimostrare la validità di strategie e decisioni assunte.



Strumenti della Fisica
Attività
Abilità
Metodo Scientifico
Autoapprendimento
Adattamento
Razionalità
Rigore
Capacità di Ragionamento
Astrazione
Progettazione
Standardizzazione
Riuso
Efficienza
Produttività
Capacità di Soluzione
Modellazione
Definizione di strategie
Organizzazione
Capacità di Previsione
Capacità di Ottimizzazione
Misurazione
Governo
Gestione
Monitoraggio
Capacità di Decisione
Capacità di Ottimizzazione
Rappresentazione
Comprensione di fenomeni
Efficacia
Comprensibilità
Capacità di Comunicazione



giovedì 19 aprile 2018

Decisioni

Ho imparato a prendere decisioni che ero ancora adolescente. 
Per carità niente di troppo difficile, ma certamente qualcosa che mi ha distinto dalla massa di confusi coetanei, incapaci anche delle decisioni più semplici. 
Non è che mi sentissi superiore, tutt’altro, erano loro che si meravigliavano della chiarezza d’idee che mi facilitava la decisione.

Questo non vuol dire che le mie decisioni fossero tutte giuste ma erano decisioni. 
Come tali a posteriori potevo capire se fossero state giuste o sbagliate. Rimango tutt’ora convinto che sia meglio decidere a rischio di sbagliare che non decidere.

Ho imparato a prender decisioni grazie a due diverse scuole: 
  • i lavori di gruppo, che ho fatto intensamente per tutto il liceo, che mi hanno costretto a condividere decisioni, ovvero a negoziare con il gruppo la decisione che avrei voluto prendere; 
  • la fisica, che ho studiato all’università, che molto mi ha insegnato, oltre alla fisica in senso stretto, fornendomi un bagaglio di strumenti particolarmente utile a prendere decisioni.

Non sono un decisionista, intendendo con questo termine chi passa rapidamente all'azione e privilegia le proprie decisioni sulla riflessione e sul confronto con gli altri, ma prendo decisioni velocemente, perché velocemente leggo e penso.
Qualcuno parla di istinto, io preferisco parlare di razionalità e capacità, oltre che volontà, di ragionare. 
Il tutto unito alla sensibilità di saper discernere gli elementi fondamentali ai fini della decisione, da quelli accessori o, addirittura, pleonastici.

Una decisione è figlia del contesto e del momento in cui è presa. 
Al passare del tempo il contesto può mutare e di conseguenza la decisione potrebbe dover cambiare. 
Per fortuna sono sufficientemente in grado di cambiare le mie decisioni se le condizioni lo richiedono.

Quello che attuo nel prendere decisioni è un approccio che definisco situazionale. 
Ad una domanda che ci poniamo o che ci viene posta, ad un problema da risolvere, non c’è mai una sola risposta, soluzione, possibile. 
Di questo bisogna convincersi sino in fondo. 
La vita non è fatta di bianco e nero, che almeno avremmo sempre il 50% di probabilità di azzeccarci nel prendere una decisione. 
Normalmente esiste una pluralità di possibili risposte e soluzioni, ciascuna con le proprie caratteristiche, con il proprio contesto d’uso, i propri vantaggi e svantaggi. 

Prendere una decisione significa cercare di immaginare e passare in rassegna queste possibili diverse soluzioni.
Pur ben sapendo che non lo si potrà mai fare esaustivamente, perché questo allungherebbe i tempi della decisione, tanto da renderla inutile.

Condividere le decisioni da prendere non significa delegare ad altri la decisione, o scegliere quello che la maggioranza dei nostri interlocutori ci propone, ma integrare l’elenco delle possibili scelte arricchendolo di altri punti di vista. 
L’esercizio di assumere il punto di vista dell’altro è fondamentale, soprattutto nel momento in cui la decisione da prendere coinvolga anche l’altro.

C’è una semplice verità tenere sempre presente: nessuna soluzione è mai la migliore o peggiore in assoluto.
Da questa verità discende un corollario importante: chiunque può suggerire la soluzione preferita, aggiungendola all’elenco delle soluzioni possibili, a patto di:
  • differenziarla chiaramente dalle precedenti;
  • saper produrre un ragionamento razionale che ne dimostri la convenienza, in almeno un certo contesto d’uso.
Di queste possibili decisioni bisogna analizzare i pro ed i contro, in relazione al contesto in cui la decisione va presa. 
L’esatta percezione del contesto, che spesso include anche un’autopercezione di se stessi, è quindi altrettanto essenziale della capacità di immaginare un elenco sufficientemente variegato e poliedrico di possibili soluzioni.
Chi decide prescindendo dal contesto è un integralista, un dogmatico, un assolutista, un teorico, in sintesi un cattivo decisore, prigioniero di ideologie e pregiudizi. 

Decidere significa adottare un approccio di pragmatismo operativo, che in definitiva significa vivere.
Per molto tempo nella storia dell’uomo saper correttamente decidere ha significato addirittura sopravvivere, questo non può non legarsi al contesto in cui la decisione viene presa.

Le decisioni più difficili sono quelle che coinvolgono le emozioni, i sentimenti, le relazioni con le persone più care. 
Rifiuto il luogo comune di un conflitto tra cuore e cervello, perché nel cuore vedo solo una banale pompa meccanica, mentre nell’ancora scarsamente compreso cervello colloco, oltre che l’intelligenza atta a decidere, anche la memoria ed il nostro senso d’identità, le emozioni ed i sentimenti.
Per questo cerco di evitare di prendere decisioni quando sono emozionato e, nell’impossibilità di prescindere dai sentimenti, acquisire la visione di qualcuno meno empaticamente coinvolto può essere di grande aiuto.

Decidere è faticoso, può essere stressante, comporta la volontà di assumersi responsabilità.
Decidere isola, anche quando la decisione è condivisa, perché c’è sempre uno che la decisione ha proposto e qualcuno che alla decisione si adegua, sollevato dall’onere, ma in un certo modo plagiato o prevaricato.
Mi piacerebbe ogni tanto abbandonarmi ad essere un puro attuatore, nel lavoro come nella vita privata, equivarrebbe ad immergersi in una vasca di deprivazione sensoriale. 
Vorrei avere un periodo sabbatico in cui qualcuno che mi dice cosa devo fare, in questo modo esonerandomi dal dover assumere decisioni, anche le più banali, lo sento come riposante.

Per questo ogni tanto mi concedo una riposante vacanza perfetta.
Una vacanza in cui aderisco alle scelte di qualche amico, rifiutando persino di scegliere un itinerario, un ristorante, abbandonandomi interamente al suo decidere. 
Sono belle appaganti, riposanti (in senso mentale) vacanze a tutto tondo. 
L’amico diventa una sorta di GO, si pronuncia “jei-o”, acronimo di Gentil Organizateur termine inventato nei villaggi Club Med o Valtur (peraltro da me mai frequentati). 
I veri GO sono l’anima della vostra vacanza: 
  • vi organizzano la vita con riunioni di gruppo in cui vi ricordano persino di lavarvi i denti; vi straziano in piena notte con giochetti melensi; 
  • vi trascinano tutti intruppati in pratiche le più diverse; 
  • vi chiamano continuamente dagli onnipresenti altoparlanti richiamandovi ai tempi del divertimento categorico. 
  • In una sola parola i GO sono esperti di felicità e, per di più, della vostra; è proprio questo che li rende così temibili!
Eppure ai pochi amici di cui ho piena fiducia, delego senza timore tutte le mie decisioni, riconoscendogli quel ruolo di esperti della mia felicità.

Nel tempo ho preso le mie decisioni errate, ovviamente ne prendo tutt’ora, questo mi ha aiutato, prima a crescere, poi anche ad imparare. 
Sono tutt’ora in fase di apprendimento, oggi, quando la maggioranza dei miei coetanei ha raggiunto la presunzione di sapere. 
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Quando non avrò più voglia di prendere decisioni e, così facendo, non sarò più in grado di apprendere, sarò morto, anche se magari il mio cuore continuerà a battere.