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martedì 24 aprile 2018

Omologazione, il mio demone

Il demone che temo, dal quale tento di non farmi possedere, si chiama omologazione. 
E’ omologato qualcosa che si confà a criteri prestabiliti. 
Mi terrorizza essere omologato, certificato rispetto a criteri totalmente a me estranei, sicuramente a me esterni.
Non ci sono molti modi di sfuggire questo demone, tutti configurano una scenario di devianza: 
  • L’asceta, con il rifiuto del materiale, rifugiandosi nella contemplazione e nella riflessione, che alcuni chiamano preghiera, riesce ad evadere qualunque criterio di omologazione; il suo comportamento è fuori dagli schemi, più che poco comprensibile è poco influenzabile. 
  • Il rivoluzionariosegue una strada diversa, più che disinteressarsi dei criteri dell’omologazione come fa’ l’asceta, si diverte a superarli, aggirarli, a contraddirli ad abbatterli.
  • Il pazzo, se lo è veramente p la sua non omologazione non è frutto di una scelta cosciente, come tale non può interessare; se non è un pazzo, allora non può essere che un asceta o un rivoluzionario.

Il rigore e la determinazione con cui l’asceta, il rivoluzionario, il pazzo, perseguono il loro itinerario non omologato li rende socialmente anomali, estranei. 
La rappresentazione che meglio li identifica è quella dello stilita:
  • monaco cristiano che, dal V al XV secolo, in oriente, trascorreva la propria vita di preghiera e penitenza su una piattaforma posta in cima ad una colonna;
  • rimanendoci per molti anni, spesso sino alla morte;
  • per testimoniare una pubblica dimostrazione di fede;
al di fuori di tutto, lassù in cima alla sua colonna.
Non sono, né l’asceta, né il rivoluzionario, né il pazzo. 
Non desidero essere nessuno dei tre, mi piace comunicare con la gente e a farlo da sopra una colonna mi sentirei a disagio.

Ho dovuto trovare un mio modo per combattere l’omologazione senza la presunzione di arrivare ai risultati totalizzanti di asceti e rivoluzionari. 
Non ho nemmeno la presunzione di non essere in parte posseduto dal demone dell’omologazione, mi basta a tratti potergli sfuggire. 
Questo mio modo si fonda su tre ingredienti fondamentale da usare costantemente: 
  • l’imperante razionalismo, che non nega per nulla l’istinto, la pienezza delle emozioni, le catarsi affettive;
  • una visione della coppia che sia unione di individui, e non monade derivante dalla loro annichilazione;
  • la cultura del controtempo, ovvero la possibilità di fruire in orari/stagioni anomali di certi piaceri;

Il controtempo è una cultura della sopravvivenza, che pratico da anni, che ho affinato piano, piano, istintivamente. 
E’ l’unico modo per una persona che non sia un asceta, un rivoluzionario, o un pazzo, di evitare la folla, l’immondizia, l’invisibilità.
Controtempo significa fare le cose quando presumibilmente gli altri non le fanno, significa:
  • andare al mare fuori stagione, 
  • stare in città in agosto; 
  • andare al cinema al primo spettacolo; 
  • partire una settimana prima di Pasqua o una dopo la fine delle vacanze di Natale.
Siamo tanti, già eravamo tanti, ora in più ci muoviamo tanto in tanti. 
Cultura del controtempo significa evitare questi flussi migratori, quotidiani o stagionali che siano. 
Significa invertire i dettami dell’omologazione, i tempi previsti, le cose da fare certificate sui modi e sui tempi previsti.

La cultura del controtempo porta inevitabilmente alla solitudine. 
In piccolo, la stessa solitudine del rifiuto dell’omologazione. 
Se l’asceta è solo per definizione, il rivoluzionario per prassi, il pazzo per contenzione, anche la cultura del controtempo allontana.
Difficile convincere altri ad andare: 
  • a cena dal lunedì al giovedì sera, 
  • ad Ischia fine ottobre, 
  • in Sardegna ad aprile, 
  • al cinema alle 15.00, 
  • a vedere i bronzi di Riace nel deserto del museo dove sono posti a Reggio Calabria per evitare le interminabili assolate file romane …

E’ bello rompere, se pure per poco, il maledetto metronomo dell’omologazione.
La cultura del controtempo non è soltanto la negazione, inversione, dei flussi predefiniti dell’omologazione, significa anche continua aritmia, mancanza di regolarità, negazione della cadenza, improvvisazione.
Il controtempo è invertito e privo di ritmo, non è cadenzato, procede a strappi d’entusiasmo e pause di fatica, delusione, paura, malinconia, abulia, ozio. 
Va bene così. 

La cultura del controtempo è credere nella propria forza, nei propri entusiasmi e passioni: 
  • senza la presunzione di diffondere il verbo, l’errore dell’asceta;
  • senza la presunzione di trascinare nessuno, l’errore del rivoluzionario; 
  • senza la presunzione di rintanartsi in se stessi, l’errore del pazzo.
Se ne esce, dal tempo e quindi dall’omologazione, con una sensazione d’accenno di libero arbitrio, sensazione  che inebria.

Se praticata in coppia la cultura del controtempo esalta la coppia. 
Il controtempo da carica alla coppia, che significa maggiore piacere di incontrasi e condividere. 
Ci saranno allora i controtempi personali, individuali, nella coppia e i controtempi della coppia nei confronti del mondo. 
Ovviamente il controtempo è praticabile solo all’interno di una coppia formata da individui, non da ex-individui annichilitisi nella monade della coppia, ma questo è un altro discorso da sviluppare in un prossimo post.


lunedì 23 aprile 2018

Razionalità e Sopravvivenza

Mi sono sempre sentito dare del razionale e questo si è sempre accompagnato ad un sentimento a metà tra il disprezzo e la commiserazione.
Sia chiaro mi ritengo un razionale e non sento questo termine come offesa, anzi, lo reputo un valore positivo. 
Il mio stupore a proposito della precedente frase è nel sentimento con il quale al mio essere razionale ci si riferisce.
Generalmente il razionalismo è visto in contrapposizione, in negazione dell’istinto.
Essere razionale diviene quindi sinonimo per molti dell’essere privo di sentimenti, degli slanci propri dell’istinto. 
Tutto ciò è semplicemente assurdo.

Il razionalismo non nega per nulla l’istinto, la pienezza delle emozioni, le catarsi affettive. 
Direi piuttosto che esso si affianca, nuovo strumento, al preesistente istinto.
La capacità di pensare, intrinseca del razionalismo, si sposa con la dimensione istintiva amplificando le potenzialità dell’individuo che nell’agire sappia coniugare l’istinto del fare con il pensiero della scelta.
Essere razionale significa in definitiva saper scegliere, affiancare alla totale mancanza di giudizio dell’istinto una metrica in grado di evidenziare i pro ed i contro delle diverse soluzioni possibili ad un problema. 
Una metrica in grado di permettere la costruzione di un giudizio connotato da presupposti d’oggettività.

Mi è sempre piaciuto sentirmi dare del razionale. 
In una società dove sia la complessità dell’interazione sociale, sia quella delle macchine, strumenti dell’agire, è in costante ed accelerato aumento, l’istinto da solo non aiuta più a sopravvivere.
E’ ovvio che all’aumentare della complessità anche la dizione “sopravvivere” muta di significato: da semplice locuzione per “non morire” si trasforma in “vivere bene“, avendo un’adeguata qualità della vita. 
Dove “vivere bene” è il modo che soddisfa le necessità sia istintive che razionali dell’uomo.

La cultura del controtempo non può che essere figlia del razionalismo. 
Per controtempo intendo la possibilità di fruire in orari anomali di certi piaceri, ad esempio;:
  • lavorare di notte e/odi domenica, per guadagnarmi la possibilità negli orari canonici d'ufficio di poter fare altro;
  • scendere in centro per passeggiare a Roma, bella e terribilmente convulsa ed affollata città, solo il sabato dalle 11.00 alle 15.00, senza dover fendere la calca, come ancora vivere la magica sospensione di Roma d’agosto;
  • fruire le ferie e viaggiare per l’Italia e l’Europa, tra aprile e la prima metà di giugno, oppure da metà settembre fino ad inizio novembre.
Alimentarsi di questo per sopperire costantemente alle esigenze dell’istinto i vari modi, i contro flussi dell’agire.

Il razionalismo e la cultura del controtempo aiutano in questo modo a risparmiare le energie, a dilatare i tempi, a guadagnare i margini per oziare lentamente.
Senza razionalità, usando solo l’istinto, la quotidianità ci piomba addosso togliendoci qualunque volontà di fare ed il tempo di fare qualunque cosa sfugga alla quotidianità stessa come scrivere questo post adesso.
E’ la razionalità che mi permette di premiarmi ogni giorno in modo da avere il piacere di svegliarmi il giorno dopo.
Fortunatamente il premio quotidiano più bello è tornato ad essere la compagna che ho vicino, la possibilità di avere, dopo le necessità di casa, famiglia, lavoro, il tempo e la voglia d’incontrarsi. 
Cosa che non è detto debba necessariamente accadere solo perché si vive nella stessa casa.


domenica 22 aprile 2018

Andragogia

La formazione degli adulti è cosa con la quale mi misuro da anni, con successo.
Probabilmente è stata la prima forma di educazione in senso sistemico. 
Tutti i grandi docenti (magister) dei tempi antichi: Aristotele, Socrate, Cicerone, Confucio … (l’elenco potrebbe essere lunghissimo) insegnavano ad adulti e non ai bambini. 
Grazie alle loro esperienze con gli adulti, questi discenti consideravano l'apprendimento come un processo di ricerca attiva, non come una ricezione passiva di contenuti, ed inventarono di conseguenza tecniche per coinvolgere attivamente i discenti.
Diversamente le prime scuole apparse in Europa nel VII secolo avevano come scopo principale l'indottrinamento ai dogmi della fede di monaci e sacerdoti, per cui elaborarono metodologie diverse. 
Ne è derivata una pedagogia che attribuisce al docente (insegnante) la piena responsabilità delle decisioni riguardo ai contenuti, le modalità e la valutazione di tutto quello che verrà appreso. 
Si tratta di un'istruzione guidata dal docente, che lascia al discente il ruolo subordinato consistente nel seguire le istruzioni del primo.

In relazione alla formazione degli adulti ho imparato una parola nuova: andragogia.
Indica una teoria dell'apprendimento ed educazione degli adulti incentrata sulla comprensione della diversità di bisogni e interessi degli adulti rispetto a quelli dei bambini. 
Il termine andragogia è stato coniato, in contrapposizione a quello di pedagogia, nel 1833, in Germania, da Alexander Kapp. 

Ho così scoperto che, pur senza conoscere il termine, ho istintivamente applicato nelle esperienza d’aula qualcuno dei suoi presupposti fondamentali, codificati da Malcom Knowles, uno dei massimi esponenti dell’andragogia.

BISOGNO DI CONOSCERE
Gli adulti sentono l'esigenza di sapere perché occorra apprendere qualcosa. 
Quando gli adulti iniziano ad apprendere qualcosa per conto loro esaminano attentamente i vantaggi che trarranno dall'apprendimento: migliorare l'efficienza della propria performance o la loro qualità di vita. 

CONCETTO DI SÉ DEL DISCENTE
Quando una persona diventa adulta, il concetto di sé passa da un senso di totale dipendenza ad un senso di crescente indipendenza ed autonomia. 
L’adulto deve sentire che il proprio concetto di sé come discente viene rispettato dal docente e quindi deve essere collocato in una situazione di autonomia. 

RUOLO DELL'ESPERIENZA
Mentre per i bambini l'esperienza è qualcosa che capita loro, per gli adulti essa rappresenta chi sono; essi cioè tendono a derivare la loro identità personale dalle loro esperienze. 
Da qui deriva l’enfasi posta nella formazione degli adulti sull'individualizzazione delle strategie d'insegnamento, sulle tecniche esperienziali piuttosto che trasmissive e sulle attività di aiuto tra pari. 
La maggiore esperienza può avere tratti negativi nel senso di: maggiore rigidità mentale, prevenzione, chiusura rispetto a idee nuove o diverse modalità di approccio. 
In aggiunta qualsiasi gruppo di adulti sarà più eterogeneo (background, stile di apprendimento, motivazioni, bisogni, interessi e obiettivi) di quanto non accada con gruppi di bambini. 

DISPONIBILITÀ AD APPRENDERE
Quanto è insegnato dal docente deve migliorare le competenze e deve poter essere applicato in modo efficace alla vita quotidiana del discente adulto. 

ORIENTAMENTO VERSO L'APPRENDIMENTO
Non deve essere centrato sulle materie ma sulla vita reale. 
Gli adulti infatti apprendono nuove conoscenze, capacità di comprensione, abilità e atteggiamenti molto più efficacemente quando sono presentati in questo contesto. 
Questo punto ha un'importanza cruciale nelle modalità di esposizione del docente, degli obiettivi e nei contenuti definiti e nella progettazione più generale dell'intervento formativo. 

MOTIVAZIONE
Nel caso degli adulti le motivazioni interne sono in genere più forti delle pressioni esterne. 
Gli adulti sono motivati a continuare a crescere e a evolversi, ma questa motivazione spesso viene inibita da barriere quali un concetto negativo di sé come discente, l'inaccessibilità di opportunità o risorse, la mancanza di tempo e programmi che violano i principi dell'apprendimento degli adulti. 

Sintetizzo la contrapposizione tra pedagogia ad andragogia nella seguente tabella. 

PEDAGOGIA
ANDRAGOGIA
II bambino all'inizio è privo di conoscenze. 
L'adulto ha un vissuto individuale importante e una formazione scolastica diversa da quella di altri adulti. 
L'insegnante conosce i programmi ed ha idee precise su come trasferirli alla classe. 
II formatore non ha alcuna idea delle conoscenze e non sa prima come trasmetterla al gruppo 
L'esperienza personale del bambino e modesta. 
L'esperienza dell'adulto è superiore alla conoscenza che riceverà in aula. 
L'insegnante cerca di portare la classe al livello superiore. 
II formatore dell'adulto sa che ogni partecipante arriverà con percorsi diversi. 
La motivazione ad imparare è legata al voto. 
La motivazione è legata all'interesse per I'argomento. 


Mi chiedo se alcune delle difficoltà in cui si dibatte il mondo della scuolasuperiorenon siano legate all’applicare ai giovani principi adatti ai bambini.
Potrebbe l’andragogia portare ad un maggiore interesse e coinvolgimento degli studenti più grandi, oggi fortemente demotivati?