domenica 6 maggio 2018

La vita è come una giostra – 1784-1817, Dalla Russia alla Francia, dalla slitta alle ruote …

Se tutti sono d'accordo nel dire che le prime montagne russe compaiono in Russia sotto forma di scivoli su ghiaccio per slitte, non tutti sono d'accordo sull'origine della forma moderna caratterizzata dall'aggiunta delle ruote ai veicoli da trasporto.



Una versione sostiene che un membro della famiglia dello Zar chiese di cambiare la concezione dell'istallazione al fine di poter approfittare delle discese per tutto l'anno e non solo nella stagione fredda.

Nel 1784, nei Giardini d'Orienbaum, a San Pietroburgo, vennero aggiunte le ruote, facendo correre carrelli guidati da una pista lungo i declivi ondulanti delle colline. 


Un’altra versione invece sostiene che, a seguito del grande successo delle discese ghiacciate in Russia, l'idea piacque ad un uomo d'affari francese, che volle importare l'idea nel suo Paese. 

Tuttavia si presentò fin dall’inizio un grande problema: in Francia le temperature sono più calde rispetto alla Russia.

Dunque gli scivoli non potevano rimanere a lungo ghiacciati; come alternativa le slitte vennero prima incerate e poi montate su ruote.


Le prime istallazioni con le ruote apparvero nel 1804, anche a Parigi, fregiandosi del nuovo nome di Montagne Russe che ne denotava la provenienza.

Al tempo è data poca attenzione alla sicurezza, eppure, per quanto possa sembrare strano, gli incidenti provocati dalle discese aumentarono la curiosità e l'affluenza delle persone sulle montagne russe. 

Da quel momento in poi gli amanti delle sensazioni forti ebbero una nuova ragione d'essere. 


Nel 1817, dopo tredici anni dall’introduzione in Francia, nascono a Parigi le prime montagne russe in senso moderno: 
  • Le Montagne Russe di Belleville, due binari identici e adiacenti, con un corridoio riservato ai visitatori per salire fino alla sommità di ciascuna pista, così da permettere sfide e relative scommesse, con vere e proprie carrozze che vi corrono sopra.

  • Les Pormenades Aériennes, un percorso a forma di cuore, costituito da due binari disposti simmetricamente da una parte e dall'altra di un circuito centrale; i due binari si ricongiungevano in basso, poi risalivano parallelamente alla sommità del circuito.


Entrambe queste Montagne Russe presentano per la prima volta le vetture attaccate al binario per mezzo di un sistema ingegnoso in cui gli assi di ogni vagone scivolano dentro una scanalatura scavata ai lati lungo tutti i binari (equivalente al moderno sistema tutt’ora in uso, denominato upstop wheel).


sabato 5 maggio 2018

La vita è come una giostra – XVI-XVII secolo, In Russia, scivolando sul ghiaccio …

Ogni storia, anche quella di una idea, ha un inizio …

La maggior parte degli storici concorda nel dire che per scoprire l’origine delle montagne russe è inevitabile trasferirsi in Russia, cosa che al tempo stesso ne spiega il nome.


Tra il XVI ed il XVII secolo, in Russia, qualcuno scopre che da una banale discesa su una pista ghiacciata può scaturire qualcosa di nuovo ed entusiasmante. 

Durante la stagione invernale, sono realizzati scivoli, mediante strutture in legno, alte 15-25 metri, lunghe circa 30 metri, con inclinazioni di 30-45 gradi, su cui scivolare, a bordo di grandi slitte, su un sottile strato di ghiaccio ne ricopre la superficie, ad una velocità che può arrivare a 70 km orari. 



Nel XVII secolo un gran numero di questi scivoli si trovano nei dintorni di San Pietroburgo, ben presto sono soprannominati Montagne volanti.

Scivolare incontra anche il favore dell'alta società russa, per questo alcune istallazioni sono riccamente decorate così da proporre un divertimento "d'elite".

Si dice che anche Caterina II di Russia (1729 –1796), conosciuta come Caterina la Grande, imperatrice di Russia dal 1762 alla morte, fosse una grande fan delle sensazioni che davano le Montagne volanti, tanto da farsene costruire qualche esemplare nelle sue proprietà. 




I coraggiosi salivano le scale delle Montagne volanti, poi si lasciavano scivolare lungo la discesa ghiacciata inclinata, non solo su grandi slitte ma anche a bordo di semplici sedie di vimini montate su pattini!

Poi risalivano le scale per una seconda discesa, che era parallela alla prima, ma inclinata in senso contrario. 

La testimonianza eccitata di uno dei primi sperimentatori dice già tutto:

Mentre scendete lungo la pista, una specie di ebrezza leggera s'impossessa dei vostri sensi, cosa assolutamente deliziosa. 


venerdì 4 maggio 2018

La vita è come una giostra – 1968, Sull’Hymalaya mi diverto bambino …

Ovvio, data l’età, che non stessi in Tibet ma solo in mezzo al Parco degli Eucalipti, un grande bosco piantato nell'Ottocento dai Frati Trappisti dell'Abbazia delle Tre Fontane.

Qui, in occasione della Fiera Internazionale dell'Agricoltura del 1953, l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma (EUR) realizzò il primo Luna Park stabile d’Italia, che i giostrai, tramite un referendum, scelsero di chiamare Luneur.



Himalaya, assieme alla ruota panoramica, era l’attrazione principale del Luneur, un mostro d’acciaio i cui binari si attorcigliavano a costruire figure geometriche per sfruttare la legge di gravità e fare scorrere copiosa l'adrenalina nelle vene di chi si sfidava a bordo di vagoncini lanciati a quelle che per me erano folli velocità.

Solo oggi scopro che la vertiginosa altezza che percepivo da bambino era di miseri 19 metri di altezza. 

Eppure la prima discesa era inaspettatamente intensa, adrenalinica, divertente, il compattissimo vagoncino su cui viaggiavo precipitava giù a rotta di collo, c'era un punto preciso in cui avvertivo chiaramente la sensazione di cadere nel vuoto, ritrovandomi senza peso, spasmodicamente afferrato alla barra di sicurezza che si abbassava sopra le ginocchia. 

Tre diversi vagoncini occupavano contemporaneamente il tracciato, inseguendosi sui binari, "scontrandosi" a poca distanza nelle curve e nelle discese, ogni volta che ne incrociavo urlavo, non per la paura, ma per condividere il divertimento eccitato che stare li sopra mi provocava.

Ho sempre pensato che la passione per la moto mi sia nata sull’Hymalaya, suggerita dalle
spericolate evoluzioni: salite (che interpretavo come impennate), discese a tutta velocità (che equivalevano ad andature a tutta manetta, col corpo raggrumato sulla moto), strette curve fatte ritrovandomi – fintamente - pericolosamente inclinato (ovvio che stessi piegando con il ginocchio all’interno della curca rasente l’asfalto immaginato).


Volete fare un giro sull’Hymalaya? Accomodatevi!



Le montagne russe sono indubbiamente le attrazioni dei parchi divertimenti che ho più amato da bambino, come poi da grande.

Sono le attrazioni simbolo dei Luna Park.

Sono le giostre che più emozionano, sono quelle che stupiscono, affascinano, entusiasmano …

Sono le montagne russe!


Se la vita è come una giostra, quale, meglio di una montagna russa può renderne la bellezza e la difficoltà?


Quando sono nate queste fantastiche giostre, le montagne russe?

Perché si chiamano così?


giovedì 3 maggio 2018

La vita è come una giostra – 2018, Visitando una mostra m’imbatto in un’idea …

Sono andato ad una mostra, che poi consiglierò alla fine del mio sproloquio, e mi sono imbattuto in un’idea …

Idea originale, provocatoria, che ho apprezzato, trovandola allettante, intrigante, suggestiva, tanto quanto, sicuramente, ad altri è apparsa solo ributtante e di pessimo gusto.

Un’idea entusiasmante legata indissolubilmente a cultura, usi, costumi, di diversi popoli, nel corso di una manciata di secoli. 


Voglio raccontare la storia di quest’idea, fatta di alti e bassi, discese e risalite, scariche di adrenalina …


Proprio come quelle che ricordo della mia prima volta, nel 1968, mezzo secolo fa, quando salii sull’Himalayain occasione del mio decimo compleanno.

Un vero colosso per il bambino che ero, che affrontai a bordo di una sorta di “macchinetta” a 4 posti, dove già stavo stretto, figurarsi mio padre che m’accompagnava, per il sovradimensionamento che caratterizza geneticamente la mia famiglia da sempre.

Affrontammo di tutto impavidamente, ardue salite, dirupate discese, passaggi particolari …
Mi divertii tantissimo, il ricordo indelebile di quell’esperienza avvincente mi accompagna da quel giorno, spero sino all’ultimo … 



mercoledì 2 maggio 2018

Elogio del bere a. CC. – Gazzosa Paoletti

Una carrellata su quello che bevevano i ragazzini negli anni dell’Italia ancora in bianco e nero, degli anni ’50, '60, un’Italia che potremmo definire ancora a. CC. , ovvero Ante CocaCola, anche se questa in Italia era arrivata con gli Americani, alla fine della seconda guerra mondiale.

La gazzosa è una bibita gassata dal gusto fruttato, fatta d’acqua e leggermente gassata, zucchero, aromatizzata con acido citrico e aromi coloranti,il cui nome deriva proprio da questa sua caratteristica, ossia dal termine gas. 
Era conosciuta anche come “champagne dei poveri” perché, essendo frizzante e aromatizzata, ricordava le bollicine dello Champagne e si beveva in occasioni speciali.
Con un metodo di fabbricazione sempre uguale, cambiando gli aromi utilizzati, si ottenevano numerose varianti:
  • al vino moscato,
  • ai frutti di bosco (lampone, mirtillo), 
  • agli agrumi (aranciata amara o dolce, chinotto, bergamotto, mandarino pompelmo), 
  • alle erbe aromatiche (timo, lavanda ...). 

Il metodo originario di preparare la gazzosa risale all’Ottocento secolo, è rimasto in voga fino agli ultimi decenni del Novecento secolo, oggi è in caduto in disuso: 
  • preparava dapprima uno sciroppo bollendo per 10 minuti circa acqua, zucchero, cremortartaro e acido tartarico precedentemente sciolti in acqua in contenitori separati;
  • si lasciava raffreddare (anche per una notte) e si filtrava passandolo allo staccio o attraverso un telo di lino;
  • lo sciroppo veniva aromatizzato con succo e scorza di limone e eventualmente anche erbe o spezie come fiori di salvia, fiori di tiglio, fiori di sambuco, timo, lavanda oppure un pizzico di tè nero;
  • allo sciroppo si aggiungeva molta acqua, in seguito s’imbottigliava;
  • le bottiglie venivano lasciate al sole per qualche giorno, in modo che lo sciroppo fermentasse e si formassero le caratteristiche bollicine, poi si conservavano poi le bottiglie in cantina. 
Il procedimento è caduto in disuso per la difficoltà di trovare un equilibro fra il gas e l'acqua; se manca quest'equilibrio, la bottiglia può scoppiare per la troppa pressione.

Oggi allo sciroppo aromatizzato si aggiunge direttamente acqua gasata, inventata nel  ‘700, quando era valorizzata per le sue virtù medicinali, come già l'acqua minerale, apprezzata per le sue proprietà terapeutiche e come simbolo di sobrietà e di salute. 

Il metodo industriale produce gazzose al limone (ricetta classica), al mandarino, al lampone, al mirtillo, all’arancia dolce e amara, al pompelmo, al bergamotto, al chinotto e al moscato:
  • in primo luogo si prepara uno sciroppo, fase determinante per la qualità del prodotto finale; 
  • si porta l’acqua ad ebollizione, vi si aggiunge zucchero (circa 100 kg per 80 litri di acqua, la gazzosa non è dietetica!) e acido citrico, che per alcuni tipi (per esempio gazzose all’aroma di pompelmo e arancia dolce) non è utilizzato; 
  • si scalda nuovamente il tutto a circa 73-74°C, in seguito si filtra lo sciroppo e si lascia raffreddare per due giorni;
  • si aggiungono quindi gli aromi o la polpa (nei casi già citati), eventualmente i coloranti e si lascia riposare ancora un giorno;
  • a questo punto occorre aggiungere acqua frizzante allo sciroppo, nelle giuste proporzioni, poi imbottigliare; 
  • per imbottigliare esistono appositi macchinari che collegano tutti gli stadi dell’imbottigliamento attraverso un nastro trasportatore, l’ultima tappa del circuito prevede l’etichettatura. 

Una particolarità della gazzosa è stato il confezionamento in bottiglia e, soprattutto il meotodo di chiusura della stessa. 

Si incominciò con un tappo di sughero fissato con filo di ferro ad bottiglia panciuta di vetro verde, come per lo Champagne, forse anche da qui deriva la denominazione “Champagne dei poveri”. 

Poi si passò ad una speciale bottiglia di vetro, tipicamente bianco,inventata nel 1872 da Hiram Codd in Inghilterra, appositamente per le bevande gassate sfruttando il principio della valvola a sfera, che diede nome ad un'ulteriore denominazione della gazzosa: "Champagne da la baleta": 
  • la bottiglia non aveva tappo, erano realizzata tramite una doppia strozzatura sul collo, alla base e all'imboccatura, in modo da contenere una biglia di vetro ed una guarnizione di gomma vicino all'imboccatura;
  • dopo essere stata riempita con la bevanda, la bottiglia veniva capovolta e veniva iniettata l'anidride carbonica ad alta pressione (generalmente a 6 atmosfere);
  • quando la bottiglia ritornava in posizione, la pressione del gas spingeva la pallina in alto verso la guarnizione posta sull'imboccatura, sigillando la bottiglia;
  • per aprire la bottiglia era necessario premere la pallina, con le dita o con un legnetto, per far uscire il gas ed eliminare la pressione, a questo punto la pallina scendeva, pur rimanendo nel collo grazie ad una strozzatura che le impediva di raggiungere il fondo.
Le bottiglie Codd vennero prodotte e utilizzate per diversi decenni, ma entrarono gradualmente in declino con la diffusione del tappo a macchinetta e del tappo a corona. 

Iltappo Coff fu proibito nel 1940 per ragioni di igiene (era difficile ripulire le bottiglie per il loro riuso) e da quel momento si utilizzò la bottiglia chiusa con iltappo a macchinetta, o meccanico, detto anche tappo puffbrevettato nel 1875, offe il vantaggio di poter essere aperto senza l'ausilio di apribottiglie levacapsule (tappo a corona):
  • è un dispositivo composto da un tappo in porcellana bianca (oggi anche in plastica) con molla di metallo, che si apre o chiude secondo il principio di funzionamento a ginocchio; 
  • ha una guarnizione di gomma (tipicamente arancione) ad anello sul tappo. 

Eppure negli anni ’60, ricordo che i miei nonni in osteria miscelavano il vino bianco dei castelli romani con le gassose nella caratteristica bottiglietta con la pallina di vetro che le tappava, soprattutto quando il vino non era buono o quando faceva molto caldo.

In quegli stessi anni l`oggetto del desiderio dei bambini era più la biglia di vetro della bottiglia, che la gassosa, i bambini (me incluso):
  • rompevano la bottiglia per prendere la biglia di vetro;
  • per poi andare a giocare al Giro d`Italia
  • schiccherando le palline in un circuito disegnato col gesso sul marciapiede.


Al tempo la più famosa era la Gazzosa Paoletti, che:
  • nel 1924 aveva avuto successo assoluto e riconoscimenti alle Esposizioni Internazionali dell’Industria e del Lavoro di Milano e Roma;
  • nel 1925, all’Esposizione Internazionale di Bruxelles, aveva conseguito la Gran Palma d’Onore e la Medaglia d’Oro, testimonianza delle caratteristiche di bontà e qualità che contraddistinguevano il prodotto. 

Successivamente si passo a bottiglie chiuse con tappo a corona, brevettato nel 1892, come per le altre bibite in bottiglia presenti in commercio. 


Negli anni ’80 la produzione di gazzosa subisce un calo, solo da una quindicina d’anni le fabbriche di gazzosa hanno ripreso vigore e il volume di produzione è in costante ascesa.

martedì 1 maggio 2018

Elogio del bere a. CC. – Spuma Paoletti

Una carrellata su quello che bevevano i ragazzini negli anni dell’Italia ancora in bianco e nero, degli anni ’50, '60, un’Italia che potremmo definire ancora a. CC. , ovvero Ante CocaCola, anche se questa in Italia era arrivata con gli Americani, alla fine della seconda guerra mondiale.

La spuma, è una bevanda antica e particolare, una bibita di basso costo, diffusissima a partire dagli anni ’40 in tutta Italia,onnipresente bevanda del baretto e dell’oratorio …
Ufficialmente la spuma è una bibita analcolica a base di acqua gassata, zucchero, quantità variabili di caramello e aromi vari tra cui:
  • succo di limone, 
  • infuso di scorze di arancia, 
  • rabarbaro, 
  • vaniglia, 
  • spezie. 
Proprio a causa della varietà degli aromi usati per la produzione, stabilire una ricetta unica è impossibile, ognuno creava la propria spuma come meglio credeva, cercando di renderla in ogni caso dolce e dissetante.

Non è chiara quale sia la storia di questa bevanda dissetante, che ha accompagnato per decenni le estati di grandi e piccini. 
Nasce e viene consumata soprattutto nel nord Italia ma anche nel Centro, in particolare in Toscana, a cavallo tra l'800 e il '900, come derivazione della gazzosa o gassosa che risale addirittura al 1888. 
In quel periodo molti paesi e città d'Italia avevano il proprio produttore locale di bibite gassate. 
Ognuno di questi piccoli bibitai artigianali, detti anche "gazzosai", preparava e personalizzava con i propri ingredienti queste bevande, tanto da creare una varietà di marche e di gusti decisamente ampia grazie alla loro semplicità di preparazione. 
Per questo è impensabile attribuire il merito dell'invenzione della spuma ad una sola persona.
Il termine spuma deriva dal più anglofono "soda", che sta ad indicare una qualsiasi bevanda alcolica gassata a prescindere dal gusto che ha e da chi la produce.
Tanti i tipi di spuma:
  • spume aromatizzate all'arancia, al cedro, al bitter, alla menta;
  • spume bianche o bionde, molto simili alla gassosa, 
  • spume nere. 
Le più conosciute sono senza dubbio queste ultime due varietà, bionde e nere, per la preparazione delle quali ogni produttore ha una propria ricetta che differisce leggermente l'una dall'altra.

La spuma bionda nasce nella seconda metà dell’800, si dice a causa di un innalzamento del prezzo del cedro, grazie a un oste creativo che prese a miscelare gazzosa, con sultanina (moscato per l'esattezza), altri aromi naturali misteriosi e caramello. 

La spuma nera nasce nel 1938, per iniziativa di Antonio Verga fondatore dell’azienda Spumador, si dice per carenza delle materie prime necessarie per il chinotto, realizzata mediante infusione di 17 aromi tutt'oggi segreti, successivamente 

Le spume aromatizzate, ai gusti arancio, cedro e ginger, arrivano dopo.



La diffusione di questa bibita dissetante era molto ampia (in alcune zone d'Italia e sconosciuta in altre), soprattutto tra le classi operaie, grazie al suo prezzo contenuto rispetto alle concorrenti di marche internazionali, e alla sua facile reperibilità. 
Si trovava facilmente al bar, dal droghiere, in qualche vecchia trattoria e negli oratori. 
Veniva consumata da anziani, adulti e ragazzi per trovare sollievo alla calura estiva, per una pausa durante il lavoro, con pasti o panini, come accompagnamento durante una serata tra amici.
Sia da sola che miscelata, più o meno come succedeva con la gassosa, costituendo una sorta di antenato dello spritz:
  • la spuma abbinata al vino il mix più popolare negli anni'50-'60, si chiedeva il "sù e giò" per avere un bicchiere di spuma nera e vino rosso, in Toscana si chiedeva il "mezzo e mezzo" per farsi allungare il vino con la spuma. 
  • la bionda veniva mischiata con la birra per ottenere un cocktail gustoso e dissetante.
L’ordinazione tipica era:
Un pezzo di salato e una spuma bionda!

La mia preferita era la spuma nera Paoletti, prodotta industrialmente dal 1922 a Folignano

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Oggi non ha più la fama di un tempo, non viene più impiegata nella preparazione di cocktail e aperitivi, ma sta vivendo una sorta di rinascita grazie al suo prezzo contenuto e alla sua semplicità. 

lunedì 30 aprile 2018

Elogio del bere a. CC. – Cedrata Tassoni

Una carrellata su quello che bevevano i ragazzini negli anni dell’Italia ancora in bianco e nero, degli anni ’50, '60, un’Italia che potremmo definire ancora a. CC. , ovvero Ante CocaCola, anche se questa in Italia era arrivata con gli Americani, alla fine della seconda guerra mondiale.



Il cedro, assieme al pomelo (non è un errore e non è il pompelmo) ed al mandarino, è ritenuto essere uno delle tre specie di agrumi da cui derivano tutti i membri del genere oggi conosciuti. 
Come gli altri agrumi, ha le sue origini nell'Asia sudorientale, all'incirca nel Bhutan, è giunto in Europa in tempi remoti, già Plinio il vecchio nella Naturalis Historia ne parla chiamandolo "mela assira".
A quei tempi ancora non si usava il frutto come alimento, il suo utilizzo a tale scopo si sarebbe diffuso solo due secoli dopo, era invece usato come repellente per gli insetti nocivi come le zanzare, in maniera analoga alla citronella.
In Italia il cedro è coltivato e lavorato in Calabria, nella fascia costiera dell'alto Tirreno cosentino.
Il nome cedro, derivato dalla volgarizzazione dal latino “citrus”, è ambiguo, in quanto coincide con la traduzione di “cedrus”, nome dato alla conifera, i famosi cedri del Libano che fornirono il legno per tante imbarcazioni nel mondo antico, e lo forniscono ancora oggi per le scatole di sigari avana garantendone meglio la conservazione. Ecco perché in alcuni testi per l'agrume viene usato anche il termine “citro”.
La pianta di Cedro (l’agrume) è un arbusto che può raggiungere i 4 metri di altezza. 
Il frutto è grande 20-30 cm, giallino, ovale o quasi rotondo, talvolta con una leggera protuberanza al peduncolo e un po' appuntito dalla parte opposta. 
La buccia è molto ruvida ed eccezionalmente spessa, costituisce fino al 70% del frutto, per cui solo un 25-30% del cedro è commestibile. 



Tornando alla cedrata, molto in voga negli anni '70, in Italia è sinonimo di Tassoni. 
E’ tecnicamente una bibita analcolica a base di essenza di cedro, dal classico colore giallo, grazie alla presenza di specifici coloranti, prodotta negli stabilimenti nella cittadina di Salò.
Secondo gli storici, già nel XVIII secolo alcuni speziali (farmacisti) della Riviera Gardesana si dedicarono a valorizzare le apprezzate caratteristiche del cedro realizzando, mediante sapiente distillazione di infusi idroalcolici ricavati dalla buccia del frutto, gli alcolati di base per la preparazione dell’Acqua di Tutto Cedro a gradazione moderatamente alcolica.
La Tassoni inizia come Spezieria nel 1748, viene riconosciuta come Farmacia nel 1793, nel 1884 assume un carattere industriale, si divide la distilleria dalla Farmacia dando così vita e impulso alla Cedral Tassoni, destinata a divenire azienda dinamica e attenta principalmente a tutte le soluzioni offerte dai frutti del cedro e di cui l’Acqua di Tutto Cedro rappresenta la primogenitura.
Nel 1921, ad opera di Carlo Amadei, si crea un nuovo prodotto, la Cedrata Tassoni, uno sciroppo dal gusto originale che il mercato accoglie con entusiasmo.
Sono già comprese le necessità dell’industria moderna: far conoscere il nome del prodotto investendo in pubblicità, i manifesti della Cedral Tassoni rappresentano un classico del gusto pubblicitario anni ’20 e ’30.
Negli anni ’50 dall’originale sciroppo del 1921, addizionandolo con acqua e soda, nasce la Tassoni Soda, la bibita gassata e rinfrescante definita “la Cedrata già pronta nella sua dose ideale”, è questa che poi si chiamerà Cedrata Tassoni. 
Ancora ricordo lo spot pubblicitario del 1973, trasmesso a Carosello, aveva per colonna sonora un jingle cantato da Mina:
Quante cose al mondo puoi fare?
Costruire? Inventare?
Ma trova un minuto per me! 
Per voi e per gli amici ... Tassoni

domenica 29 aprile 2018

Elogio del bere a. CC. - Chin8 Neri

Una carrellata su quello che bevevano i ragazzini negli anni dell’Italia ancora in bianco e nero, degli anni ’50, '60, un’Italia che potremmo definire ancora a. CC. , ovvero Ante CocaCola, anche se questa in Italia era arrivata con gli Americani, alla fine della seconda guerra mondiale.


Il chinotto oggi non è “cool”, non è “new” e non è “trendy”, è bevanda del secolo passato, ma io lo bevo comunque in omaggio alla mia infanzia.
Non tutti lo sanno che il chinotto è un frutto, un piccolo agrume, Citrus Myrtifolia, dal cui estratto si ricava quel succo che ha qualità straordinarie di retrogusto. 
Pianta originaria della Cina (da cui il nome) arrivata in Italia, pare, nel 1500 a Savona, dove ancora si coltiva commercialmente. Il Chinotto (bevanda) quindi è fatto con il Chinotto (agrume).

Nel lontano 1949 Pietro Neri, un giovane appena trentenne, lanciò in Italia una bibita innovativa che subito incontrò il favore del pubblico: il "Chinotto".
La bottiglia non aveva etichetta e mostrava interamente un liquido scuro, simile a quello di alcune bibite made in USA ma con un sapore nuovo ed assolutamente originale.
Contraddistingueva la confezione la scritta "Chin" con un grande "8" in rilievo sul vetro; il lancio fu supportato da una pubblicità che cadenzava lo slogan: “Non è Chinotto, se non c'è l'8
Non c'era ancora la Tv, grandi automobili americane, Cadillac, Chrysler, Plymounth, solcavano le strade italiane con sopra gigantesche bottiglie di plastica della forma originale del Chinotto Neri. 
Cinema, radio, manifesti, altoparlanti urlavano lo slogan che appoggiava tutti i prodotti Neri: “Se beni Neri … Ne ribevi”. 
Una frase di grande effetto e suggestione, che i consumatori si riferivano l'un l'altro, nei bar, e nelle bocciofile, come un nuovo cin-cin.



Questa la storia antica del “chin8neri”, il primo nome del chinotto. 
Nel 2000 un gruppo d’industriali della Campania, dotato di elevato kow-how del settore, rileva il marchio e lo stabilimento di produzione, con imponenti investimenti, ripercorre le glorie del passato, forte della tradizione della qualità che ancora persiste nel vissuto dei consumatori di questo straordinario prodotto dal sapore raro: dissetante dolce amaro.